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Full text of "Giosuè Carducci commemorato [microform]"

MASTER NEGATIVE 

NO. 93-81311- 




MICROFILMED 1993 
COLUMBIA UNIVERSITY LIBRARIES/NEW YORK 



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COLUMBIA UNIVERSITY LIBRARIES 
PRESERVATION DEPARTMENT 



Master Negative # 



BIBLIOGRAPHIC MICROFORM TARCFT 



Originai Material as Filmed - Existing Bibliographic Record 



Restrictions on Use: 



Paterno 
D855C17 
DT Torraca, Francesca, 18^3-1938. 

Giosuè Carducci, commemorato da Francesco 
Torraca ... Napoli, Perrella, 1907. 

158 p. 25 cm. 



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TECHNICAL MICROFORM DATA 

FILM SlZE:_3^^jyy^_ REDUCTION RATIO: //Y 

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Silver Spring, Maryland 20910 

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GIOSUÈ CARDUCCI 



Giosuè Carducci 




COMMEMORATO 



DA 



FRANCESCO TORRACA 



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Giosuè Carducci 
L'ode "Alle Fonti del Ciitumno 
Garibaldi e Dante nella poesia di G. Carducci 
Conservazione e innovazione nell'opera di G. Carducci 

Il Carducci e il De Sanctis 




NAPOLI 
FEANCESOO PERRELLA, Editoee 

1907 



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1^ 



Ai giova:ni 



Proprietà letteraria 



DELL'U:^fIYEItSITl DI NAPOLI 



COK AFFETTO SI:N^CER0 



Napoli — Tipografia Angelo Traxi — Via Medina, 24 



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IncoraggìatoldiaVaccogUenza, che è stata fatta 
alla mia jmma commemorazione del Carducci, 
r editore Vha voluta rijmhhlicare insieme con la 
seconda. 

Ho af/ghmtojina lezione, che dissi nelV Univer- 
sità, e un vecchio articolo, che tocca del Carducci 
critico. 

Dedico tutto agli studenti, i quali, accorrendo 
a sentirmi, ascoltandomi con religiosa attenzione, 
aj^iirovaìidomi, applaudendomi, hanno eloquente- 
mente attestato che ciò, che io ho detto del grande 
estinto, corrisponde al sentimento loro. 

. gionutn cVItalia, in alto i cuori! 
22 aprile 1901 







F. I. 



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GIOSUÈ CAEDUOOI 



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Commemorazione tenuta a Napoli il 10 marzo e ripetuta a Barletta il 17 per 
invito della Società Dante Alighieri. 



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Signore e signori^ 

Giosuè Carducci era aucora forte ed alacre 
nel '98, quando — consentitemi il ricordo per- 
sonale — lo vidi r ultima volta in Eoina. Lo 
rividi due anni dopo, a Boloirna, già colpito dal 
male, che, lentamente rodendolo, lo ha spento. 
Pallido, grigio, barcollante, muto, faceva pietà. 
Xon dimenticherò mai la tristezza angosciosa 
di queir incontro. Il capo altero e liero non 
secondava più, pronto e brusco, V agilità della 
mente ; la fronte maestosa si curvava gravata 
d'inetfabile malinconia. Ancora scintilla vario gli 
occhi ; ina la mano — quella mano nervosa, pic- 
cola e delicata come di fanciulla, che tante 
saette aveva scagliate e tante gemme inserta- 
te — non reggeva più la penna. Con che cuore 
egli ha assistito otto lunghi anni, giorno per 
giorno, al suo disfacimento ! Pensando air a- 
gonia dell'anima sua, pur tra le lagrime, oh ! 
non malediciamo la morte, che lo ha liberato 
dal duro travaglio e tratto — come a lui pia- 
ceva sperare — « ai concilii de le onibre, » agli 






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— 12 — 

« spiì ili iiiagiii dei padri conversaiiii luiigli'esso 
li tìiinie sacro ». 

Egli era della storia prima di lasciarci : — 
ma, certo, voi non vi aspettate oggi da me nò 
una biogratìa minuziosamente esatta, nò uno 
studio critico: — non sarebl)e (juesta Foccasiime, 
nò questo i] luogo. ]^ò potete desiderare che 
V enftisi della declamazione offenda il vostro 
dolore. Yoi, se non m' inganno, preferite che 
io Ti offra il mezzo di sentirvi più vicini alni, 
o di sentir lui in mezzo a voi, segnando i tratti 
più salienti dell'uomo, del jìrosatore, del ]>(>e- 
ta ; additandovi alcuna delle più luminose 
parti dell' opera sua. E se ho colto il vostro 
pensiero, v'invito subito a considerare e ammi- 
rare la schietta od energica tempra del carat- 
tere, che spiega la dirittura e la dignità della 
vita, l'alta ispirazione e la saldezza delFopera. 
yuale tempra fosse, meglio di lunghe e fredde 
analisi, mostrano due aneddoti della sua ado- 
lescenza, da lui stesso raccontati. Aveva dodici 
anni. La santa donna , che fu Mia madre , e 
che gl'insegnn leggere su le tragedie di Allleri 
gli disse un giorno le strofe immortali di Gio- 
vanni Jlerchet : 

Su ! ueir irto iiu-rescioso AlcmauuO; 
Su, Lombardi, puntate la spada... 

Era il lunedì di Pasqua del 1817; e un superbo sole 
di primavera rideva nel cielo turcliinissiino, e cinque 
paranzelle filavano su U mare lontano ra})ide a^uili bi;in- 
ebe come ninfe antiche, e su i colli tra il folto verde 
smeraldino delle biade e degli alberi parevano meno 
annoiate sin le vecchie torri ruiaose del medio evoj e 



— 13 — 

da per tutto era un subisso di fiori, fiori nelle piante, 
fiori fra l'erba, fiori per cielo e per terra, del piii bel 
giallo, del più largo rosso, del più amabile incarnatino. 
Come son belli i fiori dei pèschi a primavera! E pure, 
dopo sentiti cotesti versi, non vidi più nullaj o meglio, 
vidi tutto nero: avevo una voglia feroce di ammazzare 
tedeschi. 

Passarono due anni e 

un giorno del marzo 1849, a Castagneto, in Marem- 
ma pisana, si lesse nei giornali V arrivo del Mazzini 
a Eoma. Tra le forre dei monti delia (xherardesca ur- 
lava, come suole di marzo, il vento polveroso e furioso, 
e si udiva lontano da bas.^o il mugghio sjjasimante del 
Tirreno che si contorceva bianco nella maretta. E io 
fra gli uliveti selvaggi e scoscesi mi sentivo il bisogno 
di levare la voce sul vento urlando anch' io i versi 
delP Arnaldo 

O repubblica 8:inta, il tuo vessillo 

sul Castel di Crescenzio alFaure ondeggia ! 

Questa subitaneità e profondità d'impressioni, 
che in un attimo s'impossessano di tutto l'es- 
sere — (luesto bisogno istintivo, ])repotente, di 
gridare forte, ben forte, non foss' altro al vento, 
i propri palpiti, i propri fremiti — T odio im- 
jdacabile allo straniero e l'amore ardente per la 
patria in un giovinetto di dodici o tredici anni, 
annunziano 1' atleta , che combatterà ardito e 
franco per la libertà, per la verità, per la giu- 
stizia , contro la superstizione , contro la pre- 
potenza, contro la falsità politica e letteraria; — 
il « grande artiere », che lavorerà tutta la vita 
a « rifare la Italia morale, la Italia intellettiva, 
la Italia viva e vera, la bella la splendida la 
gloriosa Italia quale con gli occhi inebbriati 



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— 14 — 

d'ideale la rr.ni( mplavaiìo quegli uniiiini gene- 
rosi, che per lei aìiìniitarisiio lo eareeri, li esigli, 
la lììorte sui patiboli e in guerra». 

Nobilissimo scrittore egli tu, e grande j)oeta; 
lìia guai a noi se la gloria, di che ha fatto 
rifulgere la nostra letteratura nella seconda 
metà del secolo decinnniono, ci facesse dinien- 
tieare che fu ambe nniestro di doveri e di 
vii in, coli la parola, c(nì la ])enna, con la vita 
semplice, modestissima, operosissima, profonda- 
mente proba, sdegnosa di contatti imjMiii, non 
macchiala da nessuna viltà; tale, insomma, che 
"ben potè ec'li affermare con alto or^oulio : 

Gli offici che io tenni e tcn^o nelPini^egnanieiito ^U 
ebbi o per riparazione od offertimi. Mji compensi a'niiei 
scritti non ne ebbi mai che da<ili editori, e chiedere, 
io non chiesi e non ho chiesto mai nnlla, ne i)osti ai 
ministri, ne favori a^ili statisti, nò articoli ai giornali- 
sti, ne amicizia agli nomini, ne amore alle donne, né 
ammirazione ai giovani, ne voti al popolo. 

Qìiab era ventieiiKjue anni or sono, tale restò 
lino alla morte. Posso citarvi un documento 
recentissimo, ignoto, della sua coseien/a digni- 
tosa e netta. Invitato a presiedere la commis- 
sione , che in-epara la stampa delle opere del 
]Ma//ini, rispose, ringraziando, che non ])oteva 
accettare. A nuove insistenze, np)li('ò : 

Le poche ore del giorno che mi rimangono utili e 
calme sono destinate alla pubblicazione delle mie opere. 
Impossibile prendere altro incarico. E dico no, no, no 
al 3Iinistro e agli altri. Io fui avvezzo a lavorare quando 
potevo: e non fo l'uomo decorativo (1). 



— 15 — 

IS'obilissimo scrittore e grande poeta fu, per- 
chè nelTanima sua ardeva la iianmia delFideale 
perfezione civile ed artistica. Questa, che — 
passato lui alla storia — rimane accesa nelle 
opere , questa fiamma illuminò e scaldò tutta 
la sua esistenza e tutte le sue energie; lo man- 
tenne « sano, laborioso, schietto, modesto — cre- 
dente all'amore, alla virtù, alla giustizia, agli alti 
destini del genere unumo » — fieramente avverso 
alla « impostura dell' imporsi , del sopraffare, 
del dare a intendere di essere quello che non 
siamo, di sapere quello che non sappiamo, di 
fare quello che non facciamo o contraffacciamo;» 
— lo incorò alla « restaurazione degli studi se- 
veri » — gli fece amare di amore i)uro l'arte e 
le lettere, « l'esercizio e la manifestazione in 
cui la nobiltà dell' uomo più appare, in cui il 
valore della nazioni si eterna » — fece splendere 
sempre, in cima ai suoi pensieri e ai suoi af- 
fetti, l'Italia. 

Ma non si avrebbe innanzi intera la sua 
fisonomia morale, né s' intenderebbero alcune 
peculiarità de' suoi scritti , se , accanto alla 
parte virile , eroica, si lasciasse nelF ombra 
un'altra, meno vistosa, ma non meno simi)atica. 
Come gli eroi veri dell' epopea e della storia, 
come Achille e Rolando , Dante e Garibaldi, 
ebbe ingenuità di fanciullo e pudori e delica- 
tezze di donna : chi non lo ha conosciuto da 
vicino, mal i)uò inniginare quali tesori di bontà 
e di gentilezza si nascondessero sotto 1' appa- 
renza ruvida. Sentì forte la reliii^ione della 
famiglia e il culto del focolare domestico. La 



\ 



— 16 — 

nonna, la madre, il fratello dileftissimo sparito 

a Miiìi anni , il « fanciullettu isuo », le figlie 
sono li-uio note e rnro ai suoi lettori. Si eom- 
piaceva spesso di tornare con la memoria a' primi 
anni e alla Maremma, «ove fiorìo la sua tri- 
ste piiuiavera ». Kicambiò (oiuiahnente Taffetto 
degli amici e dei discepoli : nel « sapersi anuito » 
trovava conforto (2). Amò il sole, i monti, i 
mari, le bellezze e le glorie delle terre italiane; 
amò la sana operosità della campagna, gli al- 
beri , gli uccelli, i fiori, i bambini. Godè di 
contemplare i mattini frescìii r Jijjijadi , i 
vesperi cheti, le stelle più ridenti sopi-a il capo 
nelle notti serene; godè di ascoltare Taereo triUo 
delPallodola ascendente verso Fazzurro, e il m 
busto canto de' niivuiiai , il tìiuv itame del 
ruscello tra i sassi, e lo sipiilb) dulia caiii}.ana, 
che rapido e giocondo annunzia Cristo risorto, 
o, lento e solenne, porta su l'aure riiiaile saluto 
delFAve Maria. Eispettò e onorò V ingegno, la 
dottrina, V austerità del carattere anche negli 
avversari. Il patriottismo iiou grimpudì dMncìii- 
lia] si davanti alla sventura : le tragedie di Mas- 
similiano, (li Xnpolooue Eng(4iio, di Elisabetta, 
1'^ roiiiiiìojssero. Trovò piota per uli alìlitti e 
simpatia per gli umili, ai t|iiali desiderò «la 
giustizia ]>ia do! bìTa^ro >. 

« Cercatore coscienzioso della verità vera », in 
1>ÌH di ciiKjuaìit" anni di studio ininterrotto, in 
quaranta d'insegnanu uto a^sidiuì e severo, ?ìoiì 
ci fu i^rindo, forma o scrittore doUa lettera- 
tura nostra, che egli ikuì esaminasse e valu- 
tasse, lasciando per tutto tracce profonde d'iìi- 



— 17 — 

vestigazione paziente, luminose di acume sin- 
golarmente penetrante e di gusto finissimo. 
Tacendo dei saggi e delle monografie minori, 
del Pcdiziano, a soli ventisette anni, illustrò i 
tempi e le opere volgari in un libro di com- 
piuta e sicura dottrina, die riaprì la porla e 
segnò il cammino alla critica storica e fihdo- 
gica — dell'Ariosto, egli primo racccdse tutte, 
dichiarò e fece gustare le poesie latine — del 
Parlili, del Foscolo, del Leopardi vide e disse 
a più riprese molte cose prima ignorate.; del 
Petrarca, dopo un t)rimo magnifico saggio di 
un testo e di un commento nuovo, dette negli 
ultimi anni , con V aiuto d' un valente disce- 
polo, il commento intero, con quella diligenza 
e « coscienza critica » , che ancora qualche 
italiano suole chiamare tedesca, dimenticando 
che primi ne porsero l' esempio gP Italiani. 
Eicorderò ad ammaestramento dei giovani, e 
perchè quanti jui ascoltano si facciano un 
concetto di tale diligenza e coscienza , che 
egli condusse il saggio della nuova ed emen- 
data lezione del Canzoniere « su quarantasette 
fra testi o studi fihdogici », e il commento sul 
« lavoro di trentasei e più coninìeiitatori e an- 
notatori». Pu tra i i)rimi e pochi nostri, che, 
riprendendo il filo di un' antica e gloriosa tra- 
dizione, si volsero allo studio della" poesia pro- 
venzale e della sua ditfusione in Italia; il i)rimo 
a « raccogliere il più che gli fosse dato di quelle 
poesie dei secoli XIII, XIV, XY, le quali fu- 
rono o popolari o i)iù largamente sparse, me- 
diante la musica e il canto, nei vari ordini 

2 






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— 1« -_ 

della ha/i^mt ". Aia il .>U(> grande aiuore fu 
Dante. Già, sin d:i1 '59, tcMH^ò (i,>ll;i liricn dan- 
tesca. 



.... come colui, che dico, 

e il più caldo parlar dietro riserva. 



^Luiiiii aiiiìi tio|;o, scrisse intorno alle rime, 
ai teiTì]>i, alla (nrtìiiìa del nostro massimo poeta, 
pairine, che tuttora, tra la tolta selva, ed aspra, 
della posteriore critica dantesca, riiìilgono per 
larghezza ed esattezza d' informazione storica 
e lubliogratìca, per felicità d'intuizioni, })er .i»li 
elevati criteri, per il vivo sentimento delT arte 
di Dante, e per refììcacia, con cui è comunicnto 
ai lettori. Xessnno ignora, credo, hi poderosa sin- 
tesi del discorso su Vopera dì l>(fì(fe. L'ultimo 
suo lavoro letterario fu, nel 11)00, il saggio su 
la più nohilc canzone di "Dante. «Da lui co- 
minciai, con lui finisco ! »... E di Dante ò piena 
la >ua poesia. 

Grande mole ,di opere, alla quale non poco, 
certo, si potrà aggiungere dai suoi manoscritti 
— e com]>(^nserà qualche pietru/za, pia- dir così, 
che gli studi più recenti ahbiano smossa o fatta 
cadere. 

^\lla sua critica conft^riva saldezza (^ vigore 
la conoscenza, che ebbe compiutissima, delle 
letterature^ antiche, assai larga dcdle stran i(u*e. 
(Hi [)iacevano i ravvicinamenti (^ i coniVonti 
da letteratura a letteratura , da scrittore a 
scrittore, dai quali sapeva trarre fasci di luce. 
Come r indole sua calda, es])arìsiva, ed anche 



— 19 — 

la sua educazione letteraria portava, innanzi 
air opera d'arte preferiva il godimento della 
contemplazione sintetica all' analisi, che pe- 
netra nell'intimo della concezione e rifa il 
processo creativo; ma delle ra-ioni storiche 
dello stile, dei metri, delhi lingua, fu interprete 
e giudice incomparabile (3). 

Prosatore quasi ])erfetto si rivelò sin dai 
primissimi lavori, nei quali non si desidera se 
non un poco più di agilità o un pocH) meno 
di agghmdatura. Ma presto, temjxrando il do- 
cumento col sentimento, avvivando il metodo 
con la fantasia, e, nella lingua, congiungendo 
e contemperando l'antico al moderno, la tradi- 
zione letteraria all' uso vivo — come a nessuno 
])rima di lui « era avvenuto di fare in modo 
che piacesse, se non al Guerrazzi » — fo--iò e 
padroneggiò quel mirabile strumento dc^lfa sua 
prosa, che ha la flessibilità dell'acciaio e la 
trasparenza del cristallo. È però grave errore 
credere eh' egli non avesse fatto altro che tor- 
nare^ all'antico; e non mi pare giusto attribuire 
a lui solo — s' è letto di questi giorni — il 
mento dei progressi recenti della i)rosa italia- 
na, « anche nei giornali » ; non e-li avrebl)e 
dimenticato Alessandro 3Ianzoni. Strumento 
ripeto, di storia, di critica, di p(demica lette- 
raria e politica; e chi T ammira in se e per se 
solo, dà segno che non siamo ancora guariti 
della vecchia malattia, che siamo frasaioli e 
linguai nelle ossa. Xiente ha più odiato Giosuè 
Carducci che la vuotaggine e la nullaiigine 
sotto 1 fronzoli e i « pennacchi » della frase. 



— 20 — 

Ascoltiamo la siin voce : — « FoiKlmìKiito del- 
l' eloquenza è il pensiero fortemente nutrito 
di meditazione, di scienza, di storia : roccia 
granitica, cui ia i'auia^ia ha da vestire di selva 
verde e profoiKlì a mezzo l'erta, e il sole del- 
l' alletto lia da illuminare da lontano la vetta, 
forse lìcvata, della ragione ». 

Una delle doti più appariscenti, una delle 
più forti attrattive della sua prosa è ap})unte 
questa : die i concetti vi si ])resentano ad ora 
ad ora contornati d'immagini, le qiuili li illu- 
minano e rilevano; o concretati, incarnati in 
imagini, figure, gruppi, quadri, producendo 
nella mente del lettore il diletto, clic dà l'o- 
pera d' arte. Cessata la visione, 

ancor ci distilla 
nel cuor lo dolce, che nacque da essa. 

Tediamo, per esempio, come egli enumeri e 
determini le qualità della poesia di Dante: 

È in quella poesia la ingenuità del canto i)0|)olare, 
come allodola clic dagli umidi seminati d' autunno si 
leva trillando fin che s^incontra e ])erde, ebbra di gioia, 
nel sole: è la tensione dell' inno profetico discendente 
dalPalto a invader la terra come aquila tra l'addensarsi 
dei nembi: è la varietà graziosa e robusta, spiccata e 
raccolta, di aspetti, di colori e di suoni come nel pae- 
saggio delle colline di Toscana e d' Emilia: è P ombra 
caliginosa, entro cui la fornuizione del grottesco pau- 
roso si designa vaporosamente scabra, come nell' aere 
febbricoso dei sughereti delle vecchie maremme : è lo 
splendore dithiso per la vastità serena del canto intel- 
lettivo e cordiale, come giorno di juimavera su '1 mare 
tirreno: è la letizia virginea del riso Sjùrituale nella 
lucidità dell' idea, alta, pura, determinata, tranquilla, 
come giorno d'estate su l'alpe. 



— 21 — 

Questa magica facoltà di dare alle idee corpo, 
moto, colore e calore, quando evoca dalla sto- 
ria stati collettivi di anime, consegue effetti 
stupendi. Ricordiamo « il levar del sole nel 
primo giorno dell'anno mille», angosciosa- 
mente aspettato e temuto come l'ultimo giorno 
del mondo: 

Che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle 
turbe raccolte in gru])pi silenziosi intorno a' manieri 
feudali , accasciate e singhiozzanti nelle chiese tene- 
brose e ne' chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi 
mormoni per le piazze e alla campagna, quando il sole, 
eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mat- 
tina dell' anno mille ! Folgoravano ancora sotto i suoi 
ri\g:'^i le nevi delle Alpi, ancora tremolavano commosse 
le onde del Tirreno e dell'Adriatico, superbi correvano 
dalle rocce alpestri per le pingui pianure i fiumi pa- 
trii, si tingevau di rosa il maggio mattutino così i ru- 
deri neri del Campidoglio e del Fòro come le cupole 
azzurre delle basiliche di Maria. Il sole ! Il sole ! v' e 
dunque ancora una patria ? v' è il mondo f E 1' Italia 
distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte, 
e toglieasi d'intorno al capo il velo dell'ascetismo per 
guardare all'oriente. 

Oggi i più tengono che i terrori precedenti 
air anno mille sieno tarda invenzione di eru- 
diti; ma se il fatto è negato, resta, fissata in 
una pagina mirabile, P impressione, che suscitò, 
mentre fu creduto, nelF imaginazione di un 
artista sovrano. Altra volta egli ritrasse P am- 
biente, le condizioni psicologiche, tra cui sboc- 
ciò, primo fì-agrante fiore della letteratura ita- 
liana, la poesia del dolce stil novo, cosi : 

:N"elle canzoni di que' tempi ha certe stanze che io 
non posso non inuiginarnd concepite tra gli austeri co- 



V' 



•"■•li" "" I I 'm Mtmmmiif'mi^mi$mit>$mp>Éiimmifmtm 



— 22 — 

Iniinati delle «j;Taiidi cattedrali, alla luce d' imo splen- 
dido tramonto di aprile che si rifrange nelle vetrate 
colorite e impallidisce innanzi al vermi j;l io fiammeggiar 
de' doppieri, nientre il fimio e V odor dell' incenso av- 
volge l'altare della Toruinc, e Porgano sona e vo<i ar- 
gentine «li donne empiono d'un malinconico inno le volte 
oscure. Allora dovè Dante vedere in mezzo a una nube 
odorosa, irradiata nella Manca fronte dalla dubbia luce 
del sole occidente e dal chiarore de' ceri la fanciulla 
de' Portinari, dovè udire la voce di lei inginocchiata 
salire a Dio nel suono del lamento e del desiderio : 
allora il tempo e lo spazio si dileguarono dinanzi dalla 
sua mente, ed egli mirò in visione il paradiso e 1" in- 
ferno, il paradiso che invocava lei, V inferno che Ini 
aspettava; e pensò i solenni versi che sono il ]>rimo 
annunzio della Divina Commedia. 

Qui il critico non ricorda e rioii riflette sol- 
tanto; ma vede, e, quello che vede, riproduce : 
la >ua dottrina e la :sua intuizione j^torica rap- 
])r(^sr^iìttìno. si fnnuo scena e persone, e pare che 
la j-rosa, pur rinianiMulo vera, schiettissima 
])rosn, i^ìa metta le penne ])er volare, conver- 
tita in ])oesia. E spiccò il Milo infatti, trasfi- 
gurata (la nuove immaiiiui, risealdata da nuovo 
sentimento : 



Ancli'ei, fra '1 dubbio giorno d'un gotico 
tempio avvolgendosi, l'Aligbier, trepido 
cercò 1' iniuiagiue di Dio nel gemmeo 
paUore d'una lemniina. 

Sott'esso il candido vel, de la vernine 
la fronte limpida fulgca ne l'estasi, 
mentre, fra nugoli d' iuceusO; fervido 
le litanie saliano ; 

salian co' murmuri molli, co' fremiti 
lieti saliano d'un voi di tortori, 
e poi con l'ululo di turbe misere, 
che al ciel le braccia tendono. 



— 23 — 

Maudava l'organo pe' cupi spazii 
sospiri e strepiti : da l'arche candido 
parci che l'anime de' consanguinei 
sotterra rispondessero. 

Ma da lo mitiche vette di Fiesole 
tra le pie storie, pe' vetri, roseo 
guardava Apolline : su l'aitar massimo 
impallidiano i cerei. 

E Dante ascendere fra inni d'angeli 
la tósca vergine trasfigurant^si " 
vedea, sentiasi, sotto i piò, ruggero 
rossi d' inferno i baratri. 

. ^^*>i' piccola parte della prosa del Carducci 
e ludeniiea. Offeso, reagì; colpito ne' sentimenti 
di cittadino, nella di-nità di nonio e di ^crlt 
torc, assalì e si difese; condannato da ignoranti 
e non sinceri, svelò la doppiezza , rese mani- 
lesi.a 1 i-noranza, itaniente, lieramente, senza 
pietà. Json so ora; ma quando comparvero le 
Coufr,s:s-iom e lintUuiUe, a me rincrebbe che i 
pm non avessero occhi se non i)cr il suo vi- 
gor(> inesausto; non si rallegrassero se non delle 
sferzate, che ejili fa<eva cadere su gli avversari, 
i^lie cosa sono — chiedevo — le risposte pronte 
eloquenti, le invettive calde, gli sfoghi dell' a- 
mnia ani.-.rcuoiata, i colpi bi-ue assestati— che 
cosa tutto CIÒ rispetto alle gravi o delicate 
questioni di moralità , di letteratura , di arte 
che egli agita ; alla serietà e nobiltà di m<.tivi 
che lo s]»ing<Mio a trattarle; al desiderio in- 
tenso, prorompente infiammato da oi^nii pa- 
gina da <.gni periodo, da ogni frase, dì' vedere 
puriticata, sollevata la vita, la cultura, l' arte 
Italiana.'' Che cosa sono rispetto agli effetti 
beuehci, salutari di quella se verità, ^che, col- 



\ 



— 24 — 

peiulo e fercudo, vÌTifica, conforta alF esercizio 
modesto e perseverante della virtù, insegna 
r aborrimento dall' ipocrisia nella vita , dalla 
« istrionia » nella cultnra , dalla falsità nel- 

r arte ? 

Xella polemica , la facoltà di accoppiare o 
sostituire al ragionamento severo la tìgurazione 
plastica è la più terribile delle sue armi; per- 
chè si può al riso opporre il cachinno, alla 
voce concitata rispondere con voce adirata ; ma 
non v'è riparo alla pubblica mostra del difetto 
o del fallo ritratto con le tinto più forti, scol- 
pito a tutto rilievo. Ma, anche nel fervore della 
lotta più aspra, la parte più eletta del suo no- 
bilissimo spirito lo tira in alto a confortare 
sé e noi di spettacoli sereni, di scene spiranti 
soavità e tenerezza. Tale è questa, a cui mette 
capo improvvisamente una vigorosa difesa della 
lingua e della letteratura italianii: 

Kelle belle sere di prima vera o di autuuno, o nei 
mezzogiorni d'inverno, ho veduto gran^letti e piccolini, 
maselii e femmine, ocelli neri e celesti e grigi e perla, 
eapelli senri e castagni e biondi e canapini e cenerini, 
pigliarsi tntti per mano, intrecciarsi, conlbiidersi e bal- 
lare in tondo. E guardandosi fìssi in viso gli uni gli 
altri e poi guardando nel cielo, con voce e accento già 
bronzino i nuischiotti . argentino le femmine , bleso i 
piccolini, cantavano, l^allavano e cantavano, e i grandi 
alberi guardavano il dolce ballo ricoprendolo e accom- 
pagnandolo della compiacenza dell'ombre e d'un mor- 
morio sommesso, e il sole baciava le fronti serene e 
incoronava d' aureole le capigliature sciolte o ricciute 
innamorato di coteste più leggiadre e soavi emanazioni 
della sua beniguità. Ca^itavjnio e ballavano, e nelle mo- 
venze dei corpicini gentili sc;)rieva tutta la gioia della 



— 25 — 

vita, e nei grandi occhi aperti seri e lucenti splendeva 
la intuizK)ne inconscia e tranquilla dei misteri dell'es- 
sere e della divinità. 

Tali si levano, di mezzo al frai^^ore e al nol- 
verio di altre pugne , rapide eppure precise e 
limpule apparizioni, Firenze tra i suoi colli- 
la pianura, le colline , i prati, i boschetti, le 
ville del Yaldarno; i monti, i borghi, le città 
la distesa delle acque del lago di Garda. ' 

Ecco, e ad un tratto un raggio sbiadito di sole fende 
la nuvolaglia clie a grandi cercini bianchi incappella 
la montagna e distendesi a bioccoli lunghi come una 
benda giù por il cielo. Ed ecco Sirmione, non a pena 
nno strale di Febo guizza serenante per Parin, ecco la 
pagana Sirniio sente il suo dio, e lampeggia d^ un sor- 
riso tra il verde glauco degli oliveti e if bianco delle 
case di pescatori , su cui adergesi trecentisticamente 
leggiadra la torre scaligera. Sirniio sorride; e subito 
una grande insurrezione di linee, rosse ed auree, vio- 
lacee, paonazze, vinacce, rompe, taglia, intraversa la 
funerea monotonia di cotesto dormentorio di acque. 

Come dall' intuizione fantastica del passato, 
così dalla vi.sione simpaticamente ricevuta, amo- 
rosamente vagheggiata della realtà presente, 
sgorga la poesia del Carducci. 

Ecco : la vei(]t' Siiinio nel lucido lago sorride, 
fiore de le penisole. 

n sol la guarda e vezzeggia : somiglia d'intorno il Benaco 

una gran tazza argentea, 

cui placido olivo per gli orli nitidi corre 

uiisto a Peterno lauro. 

Questa raggiante coppa Italia madre protende 

con le braccia alte a i superi ; 

ed essi d.'i i cioM cadere vi lasciano Sirmio, 

gemma de le penisole... 



— 26 — 

A questa limpidezza di visione, sincerità di 
impressioni e immediata purezza di rappresenta- 
zione; a quest'arìììonieo intreccio del reale con 
r ideale; a questo rilievo e s])l('nd()re diaman- 
tino deir espressione nella compagine robusta 
insieme e melodica del verso, il Carducci non 
giunse (Vm\ tratto. Eitiettiamo die cominciò a 
comporre versi quando aveva soli diciotto iuinì; 
che la prima raccolta delle sue rime fu })ul)- 
blicata nel luglio del 1857, ora è giusto mez- 
zo secolo. 11 sculetto, la canzone aulica, la can- 
zonetta metastasiana , Y ode pariniana , V ode 
fantoniana, gli sciolti foscoliani e leopardiani 
gli sgorgavano dairal>l)oiìdanza del cuore. 

Egli stesso ha raccontato: 

Le poesie, massime iillora, io le facevo proìnio ])er 
me: per me era de' rarissimi inaeeri della mia ^noveiitù 
gettare a pezzi e brani in furia il mio jjensieio o il 
sentimento nella materia della lin<i:ua é nei eanali del 
verso , formarlo in abozzo e poi ])rendernielo su di 
quando in quando, e darvi della linm e della steeea 
dentro e addosso rabbiosamente. Qiialelie volta andava 
tutto in bricioli, tanto nifobo. QualcLe volta resisteva, 
ed io vi tornavo intorno a sbalzi come un orsaeeli io 
rabbonito, e mi v'indugiavo soi»ra brontolando, e non 
mi risolvevo a Unire. Finire era per me cessazione di 
godimento. . . 

La cura inccuitentabile o, c(unV\uli scrive, rab- 
biosa, lo studio insistente , appassionato di Ila 
lunaa rivelano il poeta nrtto: ])vyc]w — dirò con 
un grande fiMogo, che tu pure squisito . litico 
d'arte — « una sensibilità delicata, un i)ensiero 



r 









,; , 



I 



— 27 — 

originale, la fusione stessa di questi due doni 
in una lega rara e preziosa , non bastano a 
fare un poeta: bisogna che vi si unisca un'arte 
capace di dar loro un'espressione personale ed 
efficace e di rivestirle di bellezza (4). » Le sue 
prime poesie, come accade ai giovani, non sem- 
pre hanno spiccato carattere proprio : s]ìesso 
non i)ure la forma , ma la stessa ispirazione 
loro riflette o riecheggia l'azione della scuola 
e delle letture recenti, così dei nostri poeti 
come di Orazio. Ma Dante, Parini , i grandi 
morti sepolti in Santa Croce, Xiccolini, gFispi- 
rano sensi magnanimi, dispetto e dispregio del 
presente triste, rimpianto accorato delle i>'lorie 
del passato, e, per il futuro, proponimenti vi- 
rili. Io, dice al Parini, non fo voti per il 
tuo verso severo, per il tuo canto superbo; non 
ho forze per seguirti in così largo volo: 

Sol vuo' di te la sdii va nniina, e ^1 retto 
non domabile ingegno, e Pira e 'ì iorto 
s))ieo;i„ pe' vili, e la parola fninra. 

E V!)^i;lio e jioaso. Tu me reg^i e airraiio.i : 
che tu sai ben ch'io pe M tuo lìero petto, 
aspro vivere eleggo e oscura morte. 

Sono versi del 1853; ma segnano la meta e 
tracciano il cammino di tutta la vita ; della 
quale ò ctmie il simbolo anticipato, con qualche 
cosa più che il presagio delFarte adulta, nel- 
l'altro magnitìco sonetto, in cui descrive la sua 
nave battuta, tra 1 acqua proceUosa, dal tuono 
delle onde, dallo schianto dei folgori, e il suo 



f 



— 28 — 

genio diritto in piedi, con 1' oc oli io al cielo e 
al mare, cantante: 

Ma dritto su la poì)pii il genio mio 
guarda il «iclo ed il mare, e canta forte 
de' venti e delle antenne al eijrcdìo ; 

— Voghiam, voghiamo, o disperate scorte, 
al nnbiloso porto dell'oblìo, 
& la scogliera bianca della morte. 

Qnì è impressa già rungliia del leone. 

Nessuno giudicò i suoi versi giovanili più 
severamente di hii , quando gli parvero non 
pure inferiori; ma, per gran parte, contrari al 
concetto, che ebbe poi dell'arte di poetare. A 
noi, cbe tentiamo oggi raccogliere e ricomporre 
i lineamenti della sua grande figura, giova ri- 
levarvi, con gP ideali civili e patriottici, con 
« grintendimenti fermi » e « Taftetto puro », al- 
tri germi e segni certi di ciò , eh' egli dovrà 
essere. Xotevole, fra essi, rammirazione ispira- 
tagli dalle vaghe creazioni della fantasia greca 
nella religione e nell'arte. La poesia italiana 
era tuttora fiaccamente manzoniana e arcadi- 
camente romantica, quando egli — cresciuto sino 
a quattordici anni quasi senza maestro, nella 
libertà della campagna, all'aria aperta, al sole, 
robusto di membra e puro di animo — sfogava 
il vigore e il calore del .suo sano naturalismo 
nell'amore alle divinità deir01iiii[)o, non senza 
rimpiangere col 31onti e col Leopardi che «il 
vero inesorabile » e « squallido » le avesse co- 
perte di fredda <mibra. Piò tnrdi la sua « osti- 
li azione classica», « quel prinu) e ni.il distinto 
sentimento di opposizione quasi scettica, diverrà 
concetto, ragione, affermazione. » Notevole l'in- 



w 






f 



— 29 — 

clinazione quasi istintiva, se non sia meglio 
chiamarla disposizione nativa, all' elocuzione 
schietta, nitida, lontana dalla volgarità, schiva 
della sciatteria. Più tardi, con piena coscienza 
del già fatto e del da flire, dirà: 

Odio la lingua accademica che prevalse in molte 
opere poetiche de-Ii ultimi secoli, ma amo, adoro la 
lingua di Dante e del Petrarca, la lingua de^j>oeti po- 
polari (kd quattrocento, hi lingua degli elegantissimi 
poeti del cinquecento, la lingua de' poeti chissici del- 
Pultima età ; amo e studio e uso a tempo la lingua del 
po])olo, la nata e non fatta lingua del popolo, tanto più 
facilmente, credo, quanto ne ho in casa la fonte e non 
mi bisogna ricorrere alle cannelle de' nuovi accademici 
popolari: e con tutto questo non mi perito né vergoo-no 
di dedurre anche quello che mi par bene dal greco e 
dal latino... 11 mio lavoro artistico è, o vorrebbe essere 
di amore, di conciliazione, di allargamento, di calda 
fusione. 

E, fra tanti nobili amori, è notevole la sOarsa 
parte che , ne' versi giovanili come nella sua 
opera poetica posteriore, ha l'amore propria- 
mente detto, l'amore della donna. Il maggior 
poeta vivente della Francia , or non è molto, 
osservò che, su la poesia francese degli ultimi 
quarant'anni, le conquiste prodigiose della scien- 
za hanno esercitato assai debole azione ; che 
ultimo occupante dell' ispirazione poetica nel 
suo paese, come n'era stato il primo, ò rimasto 
r amore, con tutte le passioni, delle quali è la 
molla. E aggiungeva: « Xon me ne maraviglio, 
nò me ne dolgo. Ciò, che non è 1' amore, non 
riesce mai ad empire interamente il cuore, e la 
poesia è il sospiro del cuore, che trabocca». 



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— 30 — 

L'amore del Cai il neri, elie vagheggia, desi- 
dera, possiede la bellezza fc^ìììTìiiiìilo Vpu/a lan- 
gnori lìììlv.nìi, senza lascivie, non empie mai 
solo il suo cuore, n nmi Io dumiua sol.) pi-r 
liaigo tempo ; ei)])ure, chi oserebbe affermare 
che quel cuore fosse mai vuoto o inerte f 

Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo, 17. 

e di tempesto, o «rnuide, a to non code, 
l'auirmi mia rui^go ne' lltitti, e a tondo 
suoi brevi li li e il piccini cielo liede... 

Venne il '59. 

Oh anno de' portenti, 

oh primavera de la patria, o liiorni, 
ultimi giorni del llorente mai*-«'-io. 
' oh trionfante 

snon de la prima italica vittoria 
che mi percosse il cuor fanciullo I (4). 

TI r.ìinucci, che già aveva esortato '\ ittorio 
Emanuele ad al)bracciare V italica bandiera, a 
scagliare li serto « Oltre Po, nel iervrv. de la 
battaglia » e, cacciato ] . straniero, a sciogliere 
il voto augusto in Koma, sul busto di (iiulio 
Cesare e di Traiano— « aHora , nella piccola 
Toscana, che pensassero airnnità e a Konia era- 
vamo pochi rompicolli»— vibrante (bile comuni 
speranze, esultante della comune letizia, salutò 
Garibaldi, corso primo a spezzare le nostre ca- 
tene ; cantò il latin sangue gentile rvitt(n-ioso 
sul colle di S. 3[artino, bi croce di Savoia 
splendente agli occhi e arridente ai cuori 

8U '1 Palagio de' Priori 
nella lihera città, 

l'italica famiglia rilatta una nel ple])iscito ; e 



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— 31 — 

cantò poi la rivoluzione di Sicilia e la procla- 
mazi(me del regno d'Italia. Allora, nelFaccesa 
fantasia, vedeva V Italia, « de V eterno diritto 
Yendicatrice e de le nove genti Araldo » a- 
scendere il Campidoglio: 

Tuoni il romano eilitto 

Con altra voce, e a' p )poli getaenti 

Xe Po libra d^ la morte, Italia, splendi ! 

Xon dirò con lui — non s(do modesto , ma 
fin troppo rigoroso giudice di se e delle cose 
sue, e perciò esempio forse unico nella facile 
auto-esaltazione de' verseggiatori contempora- 
nei — non dirò che quelle poesie non sieno se 
non «declamazioni consuetudinarie, fantasie per 
enumerazione, imagini a mo'di comparse d'un 
ballo allegorico , e sopravi una gran mano di 
biacca». Preparata dai pensatori e dai poeti, 
accompagnata dal grido di 

Si schiudoa le tombe, si levano i morti, 

fatta dalle classi inìi colte , la nostra Eivolu- 

zione ebbe necessariamente non del rettorico 

sarebbe indegna bestemmia — ma del letterario 
tradizionale nella manifestazione degli entu- 
siasmi , delle aspirazioni, delle illusioni, del 
giubilo; e il Carducci versò i suoi, con calda elo- 
quenza, nelle fcn-me s(dite della lirica patriot- 
tica, le quali erano — non si dev(^ dimenticare 

le più accessibili alla iiudtitudine e le più ac- 
cette. 

Seguirono anni burrascosi e fatti tristi 

Aspromonte, Custoza — « cent'anni perduti per 



\ 



— 32 — 

ritalia» —Lissa, Villa (llori, ^leiitana.... Tri- 
sti per tutti, punge vali., ili pai ango^cuAsa ver- 
gogna la parte ])iù animosa e ])ìn li' io va ri e della 

nazione. Pi questa parte egli in Li voee 

potente voce, così neirironiaìicre, nel sarcasmo 
mordente, con cui bollò a rosso quella iniulenza 
e moderazione, che parve viltà, e gli errori e le 
colpe de^ vivi; come nella intbcata esaltazione 
della doria dei vinti e dei cadaù col nome 
di liuiiia sul labbro. Certo il tempo se ne 
]K)rfn vi-, molto di ciò , che Li })oesia i)olitica 
strai)pa agli animi e infonde negli animi de^ con- 
temporanei ; ma la preserva dalla dissoluzio- 
ne , lìiirra miracolosa, il magistero delF arte. 
L'Italia non sarebbe più che un ricordo sto- 
rico, un nome vano .senza soggetio, li giorno 
che un italiano non trasalisse, non fremesse al 
canto della morta schiera di Mentana: 

— Or che le madri geinono 
Sovr.i gì' insonni letti, 
Or che le spose sognano 
11 nostro spento amor, 

Noi rileviani dal Tartaro 

I hianehi infranti petti. 
Per salntarti, Italia, 
Per rivederti ancor. 

Qual ne 1' incerto tramite 
Gittava il cavai iero 

II verde manto serico 
De la sna donna al pie. 

Per te gittaninio l'anima 
Ridenti al fato nero ; 
E tu pur vivi immemore 
Di chi moria per te. 

Ad altri, o dolco Italia, 
Doni i sorrisi tuoi; 
Ma i morti non obliano 
Ciò che piti in vita amar ; 



-- 33 — 

Ma Roma è nostra, i vindici 
Del nome suo siam noi : 
Voliam sul Campidoglio, 
Voliamo a trionfar. — 

In quegli anni burrascosi e tristi conviene 
a lui ciò, che egli ha cantato deirAllieri : 

a Fumile jìaese 
sovra volando, fosco ^ irrefxuicto 

— Italia, Italia — 

egli gri<ìava a' dissueti orecchi, 
ai pigri cuori, agli animi giacenti. 

E i giovani sentirono in- lui il loro poeta ; 
ed egli, nel consenso de' giovani, sotto la pres- 
sione del dolore , nelF impeto delP ira , nello 
scoppio dello sdegno, trovò so stesso , acquistò 
la coscienza piena delle sue forze, e il domi- 
nio intero dell'arte sua. 

Quand' io salgo de' secoli su '1 monte 

Triste in sembianti e solo, 
Levan le strofe intorno a la mia fronte, 

Siccome falchi, il volo. 

Ed ogni strofe ha un'anima ; ed a valle 

Precipita e rimbomba, 
Come fuga d' indomite cavalle. 

Con la spada e la tromba ; 

E con la spada alto volando prostra 

I mostri ed i giganti, 
E con la tromba a la suprema giostra 

Chiama i guerrier festanti. 

Accanto ai giambi e agli epodi politici , le 
Nuove poesie lyve^QYiiiivono agli occhi ammirati de- 
gFItaliani e degli stranieri— se ne compiacquero 
se non primi, più calorosamente gli stranieri- 
sonetti, terze rime, odi d'ispirazione orioinale 



— 34 — 

freschissima , di fottnra squisita. Mai prima , 
nelle sue stesse composizioni , Y imagine non 
era apparsa più nettamente delineata, più vi- 
vidamente o delicatamente coloritn — i paesaggi 
non s'erano ritìettuti in più terso e fedele spec- 
cliio; — mai la strofe, balzando da' particolari 
reali, non s'era più gioconda e più ngile slan- 
ciata nella « regione delle aquile e delV au- 
rora »; — mai non era stato il verso più ettì- 
cacemente nò più soavemente rappresentativo 
delle arcane armonie della natura, drll(^ gioie 
della vita, degF intimi moti dell' aiiiiii.K l>alle 
Xiiove poesie ei percosse di maraviglia e di 
simpatia, « im]ìr(>vvisa » anche alla lìostra ima- 
ginazione, Maria bionda : 



Coin'eri l)ell:i, o «jjioviiietta, quando 
Tra roude<xgiar de' lnn.ij:hi solchi uscivi 
Un tuo serto di fiori in man recando, 



AUa e ridente, e sotto ì ci^j^li vivi 
Di selvatico foco lanipeororìante, 
Grande e profondo l'occhio azzurro aprivi ! 



Ci si spiegarono innanzi la [)rima volta i 
Innirln, Hovc^ il ]u>eta passò F adolescenza : 



Oh lunghe al vento snsurranti file 
De' pioppi ! oh a le belle ombre in su '1 sacrato 
Nei di solenni rustico sedile, 



Onde bruno si mira il piauo arato 
E verdi quindi i colli e quinci il mare 
Sparso di vele e il campo santo è a Lato. 



— 35 — 

Ci parlò linguaggio da noi non 
teso la festa della primavera : 

Gli uccelli 
Si moscean nella luce armonizzando 
Con mille cori : a i pigolanti nidi 
Parlar, custodi pii, gli alberi antichi 
l'arcano, e gli arboscelli a le ronzanti 
Api ed i fiori sospirare al bacio 
De le farfalle ; e steli ed erbe e arene 
Forinicolavan d'indistinti amori 
E di vite anelauti a mille a mille 
Ter ogni istante. E li accigliati monti 
Ed i colli sereni e le ondi-ggianti 
Mèssi fra i boschi ed i vigneti bionde, 
E fin l'orrida macchia, ed il roveto 
E la palud<> livida, pareauo 
Godere eterna gioveutù nel s(de. 

C'infuse al cuore, un sentimento n 



ancora m- 



on prima 



avvertito, un sentimento mite di vigore e di 
pace, il bove : 

^ Da la larga narice umida e nera 
Fuma il tuo si)irto, e come un inno lieto 
Il mugghio nel sereno aer si perde, 

E del grave occhio glauco entro l'austera 
Dolcezza, si rispecchia ampio e quieto 
11 divino del pian silenzio verde. 

Provammo l'uggia de' pigri terrori del Me- 
dio Evo : 

Dannosa etade ! Solitario mostro 
La morte allor su '1 cieco moudo incombe 
Con mille aspetti, e l'uomo esce dal chiostro 

S(d per lo tombe... 
Da Paspre torri e dal cenobio muto, 
Dal folto domo d^irti steli inserto, 
Par che la vita l'ultimo saluto 

Mandi al deserto. 

E anche noi navigammo bramosi di aria pura 
e di luce alla patria di Apolline , dove dan- 



— 36 — 

zano le Cicladi, e Alceo regge per le onde un 
legno a purpuree vele, sul quale siede 

Saffo dal caiidulo petto anelante 

A Paura ambrosia che dal dio vola ; 

— riparammo all'isola bella, dove colli e prati 
fremono e le acque sussurrano e, al canto dei 
poeti , la città ricantano : Amore ! Amore ! — 
riudimnio i versi dolcissimi di Dafni iiì fac- 
cia ni mare siciliano, e grinviti e le promesse 
delle liiiiie. Anche noi, sotto gii archi gotici, 
tra le tombe, sentimmo i palpiti della giovi- 
nezza e delFamore quando la bella donna 

Guardò serena per entro i lu<;ubri 
Luoghi di morte : levò la tenue 

Fronte, pallida e bella, 
Fra le doride anella 
Che a l'agii collo scendendo incaute 
Tutta di mille fulgor la irradiano : 
E piovve,7/j nel core 
Sguardi e accenti d'amore 
Lunghi, soavi, profondi... 

^ìAIg JViiovej^oesie, gli alessaiidì ììjì del Campo 
di Marenffo offrirono la prima volta « alla fan- 
tasia ed al sentimento » dei lettori, « in brevi 
tratti, come attuale e senza mi>iuia di ele- 
ìnr-nti lìorsoimli mi avvenimento storico, » — 



le 



< M i 



rrininvere clUniche attestarono v\w il 



poeta, « con altra ^ ucc ornai, con alti'o vello, » 
con V intelliueiìza e col sentimento delTnomo 
moderno, toiiiava alle forme della lirica clas- 
sica. Agli alessainli'iiii ol)1»iettivi dei tUtìnpi di 
3Iaren(/o seguirono la Canzone di Lcfinuno^ la 
Lega end (f dì Teodorieo^Faidif di Comìuie, (^a ira^ 
che trasportano nel passato, e del passato danno 



— 37 — 

Fimpressione,— alle Primavere elleniche segui- 
rono le Odi harhare. 

Perchè questo titolo ? Dichiarava il poeta : 

Queste odi le intitolai barbare, percbè tali sonereb- 
bero agli orecclii e al giudizio dei greci e dei romani, 
se bene volute comporre nelle forme metriche della loro 
lirica, e perchè tali soneranno pur troppo a moltissimi 
italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di 
accenti italiani. E così le composi, ])ercliè, avendo ad 
esprimere pensieri e sentimenti che mi parevano diversi 
da quelli che Dante, il Petrarca, il Poliziano, il Tasso, 
il Metastasio, il Parini, il JMonti, il Foscolo e il Leo- 
pardi (ricordo in specie i lirici) originariamente e si)len- 
didamente concepiiono ed espressero, anche credei che 
questi pensieri e sentimenti io poteva esprimerli con 
una forma metrica meno- discordante dalla torma orga- 
nica con la quah» mi si andavano determinando nella 
mente. 

Ed altre ragioni lo mossero : il desiderio di 
«recare qualche po' di varietà formale nella 
nostra lirica nK)derna», l'odio per «la usata 
poesia», per «la lirica bolsa, ccm la pancia, 
in veste da camera, larga a cintura, e in pan- 
tofole». Ma poco valse: molti, troppi, impa- 
rarono presto, più o men bene, a combinare i 
metri italiani come egli aveva fatto: ciò, che 
non impararono, e non potevano rapire a lui, 
era lo spirito animatore e l'arte sovrana. 

Che cosa canta il poeta ? La bellezza clas- 
sica e la forza della civiltà presente — Eoma 
antica triontante sul mondo, l'Italia moderna, 
una, abbracciata a Roma, e l'Italia, che sarà 
(« il verso animoso vola da le memorie al- 
l'avvenire »)— i ricordi di età lontane, che in 



— 38 — 

lui ridestano le mine delle Terme di Caracalla, 
e le ispirazioni immediate di una sera d' in- 
veriKJ nella piazza di S. Petroiau — (juel, elie 
egli sente e pensa in una chiesa gotica, tra 
gl'incensi, le preci, i boati deirorgano, e ({uello 
che dentro una sta/ione, alla partenza del treno 
che rapisce una persona diletta — le gioie o 
gli sconiiiH nti drW amore suo , e la tristezza 
delle case, dove rei)idemia uccide i fanciulli — 
il suo odio pei ii mistici.smo medioevale, e la 
dolce fanciulla di Tesse , che guarda placida 
dall'alto deirestrenio i»iiniacolo del tempio 

tutta avvolta di faville d'oro. 

Quanto s'è allargato il suo orizzonte I Come 
si è sollevata la sua mente sojìra le oscure mi- 
scliie delia vita, i rancori delle scu(de , i pu- 
gilati de' partiti politici, le gare delle sette ! 

Non più «lei tein])o l'ombra, o de l'al«jfido 
cure, kSu'I capo lai solito ; solitomi, 
o Ebo, l'ellonica vita 
traiKiuilla per le veue lluire. 

E, con la vita, la serenità delTarte greca. 

Come can.ta ? Oli . non ])ifi « torbido ! » 
Xon scambia più la isiatcria j)er Tartr — non 
si abbandona più alla foga del scntiniruto, anzi 
lo tiene a freno e gì' im])one 1' es])ì'(^ssion(^ 
schietta sì, ma traiHjuilhi, etìicace sì, ma com- 
posta — tein[)era Ventiisiasnìo con la dolcezza, 
r estro con la m\sura — conginnge jx-r linis- 
sime sfumature la delicatezza alla solennità, 
la leggiadria al ^ igorc — dentro robusta unità 
organica, fa prevalere << la fantasia scultrice 



— 39 — 

su l'eccitabilità imaginosa e coloritrice ». Te- 
diamolo in quella, che molti, a ragicme, giu- 
dicano la più bella delle prime Odi barbare. 
La ritorta buccina ha ripercosso dai monti il 
grido salito dagli antri del Clitumno; ha chia- 
mato alla pugna contro l' invasore, ad uno ad 
uno, tutti gli abitatori dell' Umbria — quello, 
che pasce i Imoi presso Pievania caliginosa, e 
quello, che ara i colli alla sponda sinistra del 
Xar, e quello, che abbatte i boschi verdi sopra 
Spoleto o celebra nozze nella bellicosa lodi- 
li ha scossi, incitati, lanciati a correre, inse- 
guiti nella coi'sa : 



e corri, corri, corri! con ]:i scnre 
corri e co' dardi, con la clava e l'asta: 
corri, minaccia gl'itali penati 
Annibal dirò. 



Sp(deto resiste, S{)oleto vince, e il poeta si 
rappresenta giubilante il gran fatto : 

Dell, conio rise d'alma Ince il s(de, 
l)er questa cliiostra di 1»ei monti, quando 
urlanti vide e ruinanti in fuga, 
l'alta Spoleto 

i mauri immani e i numidi cavalli 
con misclii.i c»scena, e, sovra loro, nembi 
<li ferro, llutti d'olio ardente, e i canti 
de la vittoria. 

Tnaspettatamente si abbassa, si attenua il 
tono; d'un tratto, a tanto fragore succede il 
silenzio, a tanto movimento la quiete: 

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo, 

la tenue miro saliente vena : 

trema, e d'un lieve i.ullnlar lo specchio 

segna de l'acque. 



^ ^ '" ^ W W" ' " B yMl i|» M i J >"i^ i P " l u 



— 40 — 

con ciò, clic segue, del quadro stupendo , del 
quale non può sentire tutta la verità e tutto Fin- 
canto chi non abl)ia con i propri occhi veduto 
la foresta hrcAC ridere e rameii^iare immobile 
sotto le acque, e splender freddi come gemme 
i fiori , che « chiamano a i silenzi del verde 
fondo » . 

Questo , non le allusioni alla mitologia, — 
del resto, via via meno frequenti nelle odi suc- 
cessive — nò le imagini e le sentenze derivate 
dai poeti antichi , questo è V ellenismo vero, 
il classicismo intimo, profondo del Carducci. 
È il classicismo di W. Goethe, il quale « porta 
V alletto fino al punto che possa trasi)arire 
nelle linee e nei colori senza guastare la bel- 
lezza ; e quando giunge a tale violenza , che 
rompe la placida armonia delle tinte, o, indo- 
cile air immagine, prorompe al di fuori , con 
l'impeto eloquente di un puro sentimento, sa 
sviare o interronipere a projìosito , e portare 
Tanima in più serena regione »((>). E — per usare 
le parole sue — « non dirò rindilierenza, ma la 
inseuvsibilità naturale , In placidità della bel- 
lezza pura dinanzi e in mezzo ai perturba- 
menti deir all'etto e della passione: ed è, non 
dirò Fidea, mn il fantasma più accarezzato dal- 
Farte greca, ciie risorge o i)ermane, tra i muta- 
menti e nei rinnovamenti solenni dell' ideale 
della nostra razza. » 

TI Carducci raggiunse questa serenità o 
placidità più spesso nelle seconde e terze odi 
barbare. I così detti voli lirici vi s<»ii<» assai rari : 
rare volte si lascia andare a esprimere il suo 



— 41 — 
sentimento innanzi al quadro, che edi stesso 
lia frnccmfo, alla statua, che edi stesso ha scol- 
pita; e quando lo fa, ])arla breve, solenne, come 
chi , assorto in se medesimo , non si accorga 
che gh sfugge una frase, una parola rivelatrice 
del interno travaglio. Quasi non riccmosciamo 
m lui il poeta battagliero, che ci aveva av- 
vezzati a palpitare delle sue passioni, a fre- 
mere de' suoi sdegni. Cmi molto minor fre- 
quenza di prima mette in isceiia se stesso. E 
quanta dift'erenza tra il cantore sdegnato de'giam- 
bi, il polemista inesorabile, che sembra maneg- 
giare non la penna, ma la sferza— e il poeta, che 
tende a pena Forecchio quando l'accusano di 
richiamare col batter del dito i numeri deoii 
antichi versi italici, come api che al rauco simi 
del percosso rame ron::ando si raccolgono — che 
turbato da una triste lettura, da un fosco i)ae- 
saggio, già schiude l'adito a pensieri di ven- 
detta, già grida samjucpcr san(/ue; e si acqueta 
e sorride all'apparire de' colli, tra cui visse la 
fanciullezza! La sua lirica si fa sempre più 
pura , più impersonale , e perciò più umana. 
AH emozione viva, ma passeggera, destata dalla 
voce squillante di uno, che ami, odii, speri, si 
dolga per conto proprio ; si sostituisce l'emo- 
zione profonda, durevole, della voce grave, che 
esprime gli amori, gli odi, le speranze, i do- 
lori di tutti. Cessiamo d'essere spettatori e udi- 
tori attenti, commossi anche, ma pure presenti 
a noi stessi, conscii della distanza, che ci se- 
para dall' oggetto, e della presenza di esso il 
poeta. La distanza scompare, il poeta non si 

4 



— 42 — 

fraiuiiiette più fra il paesau'U'io o il personaggio 
e noi ; ma li ritrae , li raffigura in modo da 
costringerei a sentire e pensare ciò , che egli 
sente e pensa — e non dice. l>i <ini la cliia- 
rezza, la trasparenza veramente classica — per 
esemino — delle odi AlVAnrord, Per la morte 
di Napoleone Eujfenio, Una ^n-a in S. Pietro, 
jSinnione, Presso l'urna di Pere// B. jSIfellr//. 

Una frase, un verso, una parola, un'escla- 
mazione sola, bastano a indicare clic egli se- 
gue il soggetto suo con cuore partecipe; e ba- 
stano a illuminare, direi a distrigare e deter- 
minare le impressioni lìostre, sino a (juel punto 
indistinte e confuse. Così , nella prima delle 
odi citate, do[)o Tinno degli antichi padri A- 
riani , do}>o la mirabile pittura di Cefalo at- 
tratto al bacio dell'Aurora, i due versi : 

O baci dì una dea olezzanti fra la rugiada ! 
O auil)iosia delFanioro nel jjriovini'tto mondo I 



Così, nella seconda, la strofe : 

O solitaria casa d'Aiaccii), 

cui verdi e grandi lo «lucrcc omlrrcggianv) 

e i poggi coronan sereni 

e davanti le risuona il mare ! 

Così, nelFultima, i versi : 

O lontana a le vie dei duri mortali travagli 

Isola de le belle, isola degli eroi, 
Isola de' poetil 

La serenità non esclude la mestizia, sug- 
gello della modernità dell' ispirazione. Xon era 
un caso che le Xuovc Odi si aprissero con La 



— 43 — 

Linea del Platen, dove si leggeva che il nome 
di Pindaro, di Oi-azio, del Petrarca, vaga eterno 
per le umane orecchie 



.... ma raro s'accom]>agna ad essi 
amico spirto, che la forte onori 
malinconia (7). 

Il maggior numei'o delle nuove e delle 
ter::e odi trae V occasione da soggetti non lieti- 
ed anche in quelle , che parrebì)e non doves- 
sero punto consentirgliela , la nota mesta sa 
aprirsi la via. — Ami tu anehe o dea ? domanda 
il poeta all'Aurora; e soggiunge: —Ma il no- 
stro (jenere è staneo ! Innanzi al gruppo della 
Madre, pensa che la natura conforta di sante 
visioni le anime, clie per lei spregiano le larve 
di ghu-ia care ai volgili; e ])oi, con rapido nas- 
saggio esclama: — Quando il lavoro sarà lieto? 
Quando sarà seeuro Fa more ? È mestizia forte, 
che invade il cuore, ma non inumidisce le ci- 
glia. E la mestizia dei grandi spiriti, che, 
usciti alla riva dall'acqua perigliosa, e ripicua- 
tisi in se, possono guardare compassionevoli 
l'agitarsi così spesso infecondo delle passioni 
umane, e aspettare calmi, sicuri, clie giunga la 
fine. Il poeta della giovinezza , della salute , 
della gioia , scrive l' ode L'uori alla Certosa 
di Bolof/na , nella quale viene dalla voce dei 
morti l'antico consiglio: Amatevi , elte la vita 
è breve. Il poeta disile I^ri ma vere elleniche, men- 
tre ammira dal Gianicolo V imagi ne di Koma 

Nave immensa lanciata vèr l'impero del mondo, 



— 44 — 

è sorpreso dal desiderio che rorn suprema 1 <> 
colga in quella Eoma, tanto amata, 

Ne' crepuscoli a sera di gemineo candore fiilgoiiti 
TraiKinillameute liìughi su la Flaminia via; 

e mentre, in lieta compagnia, la riguarda dalla 
Aletta di Mcmte Mario, medita: 

Dimau morremo, come ier morirò 
quelli, che amammo : via da le memorie, 
via dagli affetti, tenui ombre lievi 
dilegueremo. 

Quando comparvero le prinn udì barbare, 
ben pochi si dettero rapioìK^ di (]nello, elie il 
poeta modestamente cliiamava un tentativo; ben 
pochi sentirono (juanto di nuovo e di vivo can- 
tasse Veìoiiuiu di Dante ne' ritmi fuhiì dì dì Ve- 
nosa: e i ]>iij credettero e lamontaroiK» die egli 
avesse abbandouato per sempre la riiua. 3Iail 
caldo saluto, che, dalle ultime pagine di quel 
volumetto, saliva a lei, « del latin metro rei- 
na», non era l'addio del distacco, an/i atl'cr- 
mazione di amore e attestazione di fedeltà: 

Cura e onor de' padri miei 

tu mi sei 

come lor sacra e diletta : 

ave o rima ! e danuni un fiore 

per l'amore, 

e per Podio una saetta. 

Molte altre poesie rimate compose dopo, 
per ardire l nervosità di tocchi, nitidità di di- 
segnj\ vigore di tinte, bellissime: sotto Taftiato 
lirico, il classicismo sostanziale delle odi bar- 
bare vi si snoda e ammorbidisce « pieno di 



— 45 — 
forza e di soavità » . ^^e ho già ricordate al- 
cune ; ricorderò anche Dinanzi a 8, Guido — 
una pagina autobiogratìca, piuttosto che narrata 
resa drammaticamente, con tutto il foscino dolce 
e malinconico delle ricordanze della tanciul- 
.f f ~. ^^^^*" ' ^'''^^ q^ielli su S. Francesco 
d Assisi {Santa Maria degli Angeli), e su Nic- 
colo Pisano , che sono tra i più belli, che la 
patria del sonetto possa vantare— l'ode potente 
A Vittore Hugo, e il maraviglioso Canto deh 
t Amore, inno fervido, sonante, alato alla bel- 
lezza perenne dell' Umbria e dell' Italia, alla 
operosità e alla concordia degli uomini:' 

-— Salute o genti umane affaticate ! 
Tutto trapassa e nulla può morir. 
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate 
11 mondo è bello e santo è l'avvenir. 

,. .,.^'f ^*^" q"*i«i e suggello della (liiplioe at- 
tività del poeta intorno alle forme metriclie, si 
direbbe il suo ultimo cauto — mestissimo e soa- 
vissimo canto — nella cui strofe la rima nel 
giro di due versi lunghi, lenti, int.rpnnTi da 
molte pause, accorda i profondi sospiri di lui- 
e due altri brevi senza rima — uno piano, scor- 
rente, uno sdrucciolo, lamentevole— pare che di 
vogliano negare il conforto della speranza : (8) 

A me, priiuii che l'inverno stringa pnr l'anima mia, 
li tuo riso, o sacra luce, o divina poesia ! 
11 tuo canto, o padre Omero, 
Pria «Ile l'ombra avvolgami ! 

Il tuo riso, o sacra Ime, o divina poesia !... 
Ahimè , non gli arrise più , e troppo lungo, 



— 40 — 

troppo rigido inverno tenne stretta quella gran- 
de anima ! Ora il .suo corpo , che ha tinto 
patito, giace « ne Ferma solenne (\^rtosa»; ma 
tutti pensiaiiio, tutti sentiann» chi iì*>ìì >ì tii- 
leguano , elie restano con noi i ^noi concepi- 
menti e sentimenti, affidati alla custodia ala- 
bastrina della sua arte. Grande e preziosissima 
eredità, molto più grande e preziosa che non 
mostrino di intendere nn* Hi, .lic, iniìan/i alla 
sua bara , credendo forse di fargli un elogio, 
liaiiiiu ripetut(; il suo verso: 

Muor Giove, e riiiuo del poeta resta. 

Jiu è, dunque, morta Fltalia .'' U iia rag- 
giunto i suoi naturali confini ? () può guardare 
impavida aìTavvenire ? Ma è, du]it|(ie, sparita 
Eoma? 1) ha compiuto hi Mia terza missi(me? 
Il Medio Evo è sconiiìnrso? O inni <i lascia 
bel bel In, (juesta terza Italia nitiraì'c, dagli «oc- 
chi vitrei della Circe mistica ? » È, questo no- 
stro, il regno della sincerità, della giustizia, della 
pace, della pros])erità ? Han fuiìto di salpare 
dai nostri [)orti le navi non nostre cariche di 
nostri ( (jutadini ì Haii hnito le phbi aiìamate 
di assalire i municipi e i casotti del dazio ? La 
gr.'iii niacrhiiii l)uro(ratica e fiscale imi! com- 
prime, non mortitica j)itL le iio>iru energie? 
Escono dalle scnnh^ cittadiiii vcM-aiiieiìtc edu- 
cati, veramente colti, consci decloro doveri e 
laonti a compierli ì E ha cessato Tarte di « es- 
sere la secrezione dcUa .sensibilità o della sen- 
sualità (1(1 tale e del tale altro », di aì)hando- 
narsi « a tutte le rilassatezze e le licenze 



— 47 — 

innaturali, che la sensibilità e la sensualità si 
concedono ? » 

Se non ancora , e fin che gV ideali di 
Giosuè Carducci non saranno attuati, V opera 
sua sta e starà intera — aiìimcmizione, rimpro- 
vero, incoraggiamento, eccitamento, esempio. 

A voi giovani, che mi ascoltate, e certo 
pensate come me ; a voi speranza nostra, spe- 
ranza della patria , il testamento di Giosuè 
Carducci : 

« O giovani, rifalla non può e non vuol es- 
sere rimpero di Eoma, se bene Tetà della vio- 
lenza non è finita pe' validi: (di quale orgoglio 
umano oserebbe mirare fanf alto ? Ma nò anche 
ha da essere la nazione cortigiana del rinasci- 
mento, alla mercè di tutti: quale viltà com- 
porterebbe di dar sollazzo delle nostre ciance 
agli stranieri per ricambio di battiture e di 
strazi ? Se V Italia avesse a durar tuttavia come 
un museo o un conservatorio di musica o una 
MlJeggiatura per l'Europa oziosa, o al più aspi- 
rasse a divenire un mercato dove i fortunati 
vendessero dieci ciò che hanno arraffato ])er 
tre ; oh per Dio non importava far le cin- 
que giornate e ripigliare a baionetta in canna 
sette volte la vetta di San Martino, e meglio 
era non turbare la sacra quiete delle mine di 
Eoma con la tromba di Garil)aldi sul Gianicolo 
o con la cannonata del re a Porta Pia. L'Italia 
è ris(u*ta nel mondo per se e per il nnmdo : 
ella, per vivere, dee avere idee e forze sue, 
deve esplicare un officio suo civile ed umano, 
un' espansione morale e politica. Tornate, o gio- 



— 48 — 

vani, alla scienza e alla coscienza de' padri, e 
riponetevi in cuore quello che fu il sentimento 
il voto il proiDOsito di quei vecchi grandi, chehan 
fatto la patria » — quello che fu il sentimento, 
il voto il proposito di Giosuè Card ucci: — 
« L'Italia avanti tutto! L' Italia sopra tutto » ! 



NOTE 



(1) Lettera da Bologna 14 oprile 1904 al mio antico (lisce- 
polo Mano Men-hini, che il Carducci ebbe assai caro 

(2) Da una cartolina a me diretta da Madesimo, il 3 settem- 
bre 1904 : « Io di salute sto così e così : mi difendo alla me-lio 
contro la decadenza crescente. Mi conforta sapermi amato » " 

[S) ISon era opportuno che mi trattenessi di più a dire del Carducci 
critico, tanto meno a fare un confronto tra lui e il De Sanctis Mi 
perche il confr.mto è stato magistralmente fatto dal mio carissimo 
amico prof E G Parodi, riferirò le sue acute osservazioni dal 
Marzocco del 24 febbraio. 

<< Fu certo una grande ventura per noi, che fra i maestri di 
metodo e di scienza, intenti a indirizzare la nuova generazione a 
studii severi, f,,sse anche un poeta e un tale i>oeta. Giù nel mez- 
zogiorno d Italia, venivano alla luce, nel 1866, i Sac/gi critici di 
1^ raiicesco De Sanctis: era una voce nuova, una voce alta e poten- 
te che additava alla critica letteraria la via maestra delP esame 
interno dell'opera d'arte. Ma, oltreché la critica del De Sanctis è 
in fondo, come l'arte, individuale, non trasmissibile, essa di trop- 
po precorreva il suo tempo: l'Italia poteva forse comprendere la 
voce del lame, ma non quella del grande critico napoletano: ed 
essa, anzitutto, sentiva l'urgente necessità di rinnovare il suo' po- 
vero e invecchiato bagaglio di conoscenze storiche, alla scuola <li 
tre maestri toscani. Senonchè, per fortuna, fra le i)iù severe dis- 
quisizioni scientitìche, e le minuzioso ricerche biografiche, e le in- 
dagini paleografiche sui manoscritti e sui documenti, la voce del 
±^oeta continuo a risuouare come un armonioso e vigile richiamo 
alla bellezza dell'arte, all'ammirazione dei grandi spiriti all'ele- 
vazione della mente e dell'anima verso cime ideali. ' 

Così fu preparata la via ad intendere anche Francesco De Sanctis 
l^ra la sua critica e la critica storica non v'è relazione: si com- 
piono insieme, ma sono cose diverse. Invece con Giosuè Carducci 
se non altro per l'intima affinità di natura e d'origine che v' è fra 
la critica estetica e la poesia, il passaggio diventa piano ed age- 
vole, e 1 due grandi spiriti paiono fondersi insieme, in una supe- 
riore armonia. Forse essi non s'intesero bene da vivi; ma bene li 
comprendiamo entrambi noi ora, senza dover rinunziare ad alcu- 
na parte dti loro intelletti. Sono ben diversi e lontani anche nel 
modo di sentire l'opera d'arte; ma noi amiamo, di sentirla con en- 
trambi, e le due diverse maniere ci appaiono, talvolta, alla line 
come vicine e sorelle. Accanto alla potente sintesi del critico na' 

6 






— 60 — 

poletano, noi amiamo collocare le delicate analisi particolari del 
Poeta e il suo sj^iiisito e infallibile «^jiudizio dcH'cspressione poe- 
tica, che in quello pare talvolta meno esercitato e sicnro. E do- 
po avere ammirato il De Sanetis, che penetrando nell'intima com- 
parjine dell'opera d'arte, e sco]>rendone fìhre e «jjinnture, e scom- 
ponendola in servizio dell'analisi, all'nltimo, con poderoso gesto, 
la ricompone ne' suoi tratti essenziali, amiamo ritornale al Poe- 
ta quando, ne' suoi momenti telici, sentendola risnonare nel suo 
interno con tutti i suoi motivi e con tutti i suoi echi, la contem- 
pla, quasi a distanza, dall'alto, con meravigliosa sim})atia e stu- 
pore , e se la ricomiione nella propii.i, fantasia i)oetica in un va- 
sto quììdro movente «love si mescidano insieme armoniose impres- 
sioni di bellez'/a. alte intnizioni storielle, indomabili sentimenti mo- 
rali e civili, e dove insomma l'antica opera d'arte è trasformata 
in nnova opera d'arte. » 

Alla fine della prolusione , che lessi il 3 dicembre 1903 nella 
Università di Napoli, ricordai: 

« Mentre ero immerso nel lutto della sua morte (del De Sanetis), 
con pensiero , del (juale («gnnno di voi sentiiji la S(iuisita genti- 
lezza, da Bologna, Giosuè Carducci volle scrivere a me il suo do- 
lore per la irre[);<rabi]e j»erdita. In quest'ora jier me solenne, jjo- 
ter trarre gli auspici da questo ricordo, mi conforta e incoraggia ». 

Ecco le sue })arole... « del Do Sanetis... udii ieri sera con gran 
dolore la grave perdita » . 

(4) Piemonte. Il poeta i)arla del M8 : ma questi versi si adat- 
tano bene anche al '59. 

(5) G. Paris, Sullif Prudhomme. 

(6) De Sanctis, Scritti critici. 

(7) Questi versi furono poi modificati così : 

Eterno vaga per le genti il nome, 
ma raro ad essi spirito s' aggiunge 
amico e pio che onori le gagliarde 
nienti profonde. 



(8) Alla rima : 



come accordi nei due giri 

due sospiri 

di niem<nia o di speranza. 



L'ODE ALLE FONTI DEL CLITUMXO 



Conferenza introduttiva alla lettura dell'ode, detta la prima volta a Salerno il 
5 giugno 1905 e poi ripetuta a Trani. 



Signore e signori, 



M 



Quando accettai rinvito cortesissimo di ve- 
nire oggi tra voi, mi proposi di procurarvi — 
come mieglio potessi — qualche minuto di di- 
letto spirituale, leggendovi un'ode di Giosuè 
Carducci, una delle più belle. 

Kella lettura silenziosa della poesia, « il più 
divin s' invola » . Oltre che sentimento, ftinta- 
smi, imagiui , la poesia è musica, la poesia è 
canto ; ond' è che la viva voce la dichiara, la 
interpreta meglio del più dotto e diligente com- 
mento : la viva voce, ben si può dire, la com- 
pie, restituendo ai versi, che giacciono allineati 
inerti e freddi su la carta , il movimento , il 
calore, V espressione, reificacia. 

Ma, come ogni altro godimento, questo, per- 
chè sia puro, sereno, pieno, vuol esser prece- 
duto da un po' di preparazione e di attesa. ]Non 
io vorrò — per adattare al caso mio due versi 
del Carducci stesso — 

non io tinger vorrò di dotta polve 
a le dame il vel bianco ed i pensieri ; 



— 54 — 

ricambierei molto male la degnazione, che mi 
fanno, ascoltandomi. Xo: soltanto, premetterò 
alla lettura alcuni brevi cenni, che valgano a 
renderla più agevole e spedita. Xon saranno — 
spero — inopportuììi, perdio la più alta poesia 
del Carducci trae spesso la materia e le ispi 
razioni dalla storia della nostra patria, dalle 
tradizioni della nostra stirpe : « sua musa » — 
vorrei dire col De Sanctis — « è Fammirazione 
commossa , che accom])agna le grandi memo- 
rie. » Egli stesso r ha detto — e nessuno po- 
trebbe dir megli(ì — quando lin figurato il poeta 
come un grande artiere dal capo fiero, dal collo 
robusto, dal braccio duro e dalFocchio gaio, il 
4 naie, allo spuntar dell'aurora, ni vrh.no pigolar 
degli uccelli, rientra alla fucina, vi ridesta la 
fiamma — la rossa fiamma sfavillante, sibilante, 
scoppiettante — e 

ne le tìanime così ardenti, 

gli eltMiunti 

de Paniore e de'l pensiero 

egli getta, e le memorie 

e le glorie 

de' suoi j)adri e di sua gente. 

Il ])assato e Pavveuire 

a Huirc 

va, nel masso incandescente, 

Ei Tatlerra e, poi, de'l maglio 

col travaglio, 

ei lo doma su Pincnde. 

Picchia e canta. Il sole ascende, 

e risplcndc 

su la fronte e l'oi)ra rude. 

iS^on una sola volta le memorie e il ]>aesag- 
gio deir Umbria ispirarono il Carducci; -nu- 
che un altra volta la fusione delle impres- 



— 55 — 

sioni attuali , del sentimento moderno, con le 
impressioni delle reliquie e tracce de' tempi an- 
dati, col sentimento , che vorrei dire storico , 
si compiè felicemente nella sua fantasia. Ciò 
fu a Perugia, su la bella spianata alta ed am- 
pia, dove la rocca di Paolo III stette minac- 
ciosa fino al '59, sino al giorno che il popolo, 
insorgendo, l'abbattè al suolo. Di lassù l'occhio 
spazia intorno intorno, e ne gode, a una infi- 
nita distesa di pianure, di colline, di monti. 

E il sol, nel radiante azzurro immenso, 
fin degli Al>l)ruzzi al biancheggiar lontano, 
folgora, e con desìo d'amor più intenso, 
ride ai monti dell'ombria e al verde piano. 

Ne "1 roseo lume, ]d;icidi sorgenti 

i monti, si rincorrono tra loro, 

sin che sfumano in dolci ondeggiamenti 

entro vajtori di viola e d'oro. 



Dentro questa stupenda cornice , la grande 
e bella varietà de' paesi, de' luoghi, degli edi- 
fizi e de' ricordi con essi congiunti , si com- 
pose a miral)ile unità , in una magnifica se- 
rie di tocchi pittorici e di evocazioni storiche, 
sino al i)roroinpere deirammirazione del poeta 
in un irrido alto e ii^iocondo. 



Da i vichi umbri che foschi tra la gole 
De l'Appennino s'amano ajìpiattare ; 
Da le tirrene acrò]>oli che sole 
Stan su i fioriti clivi a contemplare; 

Da i campi onde tra Parmi e l'ossa arate 
La sventura di Koma ancor minaccia ; 
Da le rocche tedesche a})2ìol] aiate 
Sì come falchi a .meditar la caccia ; 



lei 



— 50 — 

Da i it.alagi de '1 popol clic, sfidando, 
Surifon neri e turriti incontro a l(>r ; 
Da le chiese, che a '1 eiel hin^'he levando 
Marmoree braccia, pregano il Signor ; 

Da i borghi, che s'attrettan di salire 
Allegri verso la cittade oscura, 
Come villani c'hanno da partire 
Un buon raccolto dopo mietitura ; 

Da i conventi, tra i borghi e le cittadi 
Cupi sedenti a '1 suon de le campane, 
Come cuculi tra gli alberi radi 
Cantanti noie ed allegrezze strane ; 

Da le vie, da le piazze gloriose. 
Ove, come de '\ maggio ilare a i di 
Boschi di querce e cespiti di rose, 
La libera de' padri arte tiorì j 

Per le tenere verdi mèssi a'I piano, 
Pe' vigneti su l'erte arrami>icati, 
Pe' laghi e' fiumi argentei lontano, 
Pe' boschi sopra i vertici nevati, 



Pe' casolari a '1 sol lieti fumanti 
Tra stridor di mulini e di gualchiere, 
Sale un cantico solo in mille cinti, 
Un inno in voce di mille pieghiero : 

— Salute, o genti umane afFitic:ite ! 
Tutto trapassa e nulla può morir. 
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate. 
11 mondo è bello e santo è l'avvenir.— 

« Da' campi onde tra V armi e V ossa arate 
La sventura di Boma ancor minaccia . . . . » 
Presso al lago Trasimeno, vinti jainia dallo 
angustie del luogo che dal ferro de' Cartagi- 
nesi, qnìììdiri Tìiila Eoiìì.ìin, col console Fla- 
minio, tìirono tagliati a pezzi in poclie ore; die- 
cimila fuggirono per le diverse vie delFEtru- 
ria. Un ruscelletto ricorda col suo nome, an- 
che oggi, che, nel giorno fatale, i)ortò al lago 



I 



— 57 — 

più sangue che acfjua; e lì vicino, più spesso 
clie altrove , il vomere del bifolco lia urtato 
ed urta nelle ossa dei caduti. 

Annibale, senza por tempo in mezzo, nenc- 
trò nell'Umbria ; ^ 

p« le alture, pei colli umbri s' avvia, 
dove, presso alla cima alta del monte', 
pende Todi alla costa, e dove al i)iauo, 
nebbie inerti esalando, alla distesa 
giace Mevania, de' gran tori altrice, 
ostie di Giove. 

Così, nel poema su le guerre cartaginesi. Si- 
lio Italico, il quale prosegue frettoloso narrando 
la rapida marcia di Annibale per il Piceno e, 
giù giù, sino alla Campania. 3Ia invano il vin- 
citore salì, per V alto colle, alle porte di Spo- 
leto; invano i^nih di penetrarvi a viva forza: 
« fu respinto con grande strage de' suoi ». Con 
queste poche parole ci tramandò il fatto glo- 
rioso Tito Livio; ma la memoria di esso restò 
e resta viva nella generosa città, dove, con giu- 
sto orgoglio, il cittadino vi avverte che la porta, 
per la quale siete entrati, è la porta della fuqa] 
— della fuga di Annibale; — e dirizza i vostri 
occhi alla cima d'uif alta torre vicina, la torre 
dclVoIio, onde piovvero « flutti d'olio ardenti » 
sopra glinvasori; e vi invita e vi esorta a ve- 
dere il telone del teatro, sul quale una buona 
composizione del Cochetti rappresenta la for- 
tunata resistenza degli Spoletini. In alto, nel 
quadro , sopra alla città, si aderge la rocca, 
bruna , massiccia ; della città si vede solo 
il frontone d'un tempio sopra colonne bian- 

5 






— 58 — 

clic, perdio intorno la cinge nna forte cercliia 
di torrioni e di mura, nella quale da un lato 
s'apre la porta. Sopra i torrioni e sopra le mura, 
la moltitudine de' difensori lancia dardi e versa 
liquidi fumanti, e i globi del fumo si levano 
a otìusear Farla. Dalla i)orta sl)uea arditamente 
una schiera: tutta V erta, dal c(dle al piano, ò 
gremita di cavalieri alfricani, che si preci})itano 
a squadre, a gruppi, con lo spavento imi)resso 
sul volto nero, o rotolano in mucchi confusi per 
la costa scoscesa : a destra fuggono di gran 
corsa le insegne cartaginesi, tra cavalieri senza 
eavalli e cavalli senza cavalieri. 

Queste cose udiva il jioeta a Spideto; queste 
cose vedeva , e se ne conJì)iaceva. E da Spo- 
leto, per la bella strada, che, passata sotto la 
città , scende dcdcemente , con largo giro , in 
mezzo a campagne ben cidtivate, amene; egli 
compiendo, certo, un antico voto, si recò alle 
sorgenti del tiunie Clitumno. 

Questo nome — ora lo cerchereste inutilmente 
su le carte geografiche, i)erc]u'' il temix) V ha 
mutato in quello assai meno j)oetico di Ma- 
roggia — oltre che al fiume, fu dato dagli Um- 
bri al principale deMoro Dei nativi, indìr/efi, al 
loro Giove. È venuto a noi, nei versi de' poeti 
latini, congiunto con il ricordo dell'usanza di 
bagnare nelle acque del fiume i buoi, clic trac- 
vano al Cam})idoglio i carri de' duci vittoriosi. 
Certo, mentre il poeta n.ostro scendeva alle sor- 
genti, gli tornavano alla menn>ria le paride del 
suo Virgilio: « l'i ({ui le candide greggi e il 
toro, principale vittima, cospersi dell'onda tua 



- 59 — 

sacra , soglion guidare ai templi degli Dei j 
trimifi romani.» Di qui, da questa terra be- 
nedetta — terra di Saturno, gran madre di biade 
e (li uoinini. E, certo, Pro,)crzio gli accennava, 
con 1 affetto e con la soddisfazione dell'umbro 
il luogo a lui ben noto, « dove il ClitumnJ 
dalla bella corrente protegge con la sua ombra 
e lava i buoi, candidi come la neve. » E Olau- 
dmno lo esortava a vedere «le onde del Cli- 
tumno, sacre ai vincitori, che forniscono cau- 
duli armenti ai trionfi del Lazio», e il fonte 
maraviglioso, le cui acque, placide sin che lo 
spettatore tace, si cojnmuovouo e fervono al 
rumore de' passi, alla voce. 

Ma il Carducci, come altri hanno fatto, prima 
di visitare il fonte sacro, aveva avuto cura di 
rileggere la garbata descrizione, che ne lasciò 

limo il giovine. 

Hni veduto qualclie volta il fonte Clitiiiniio ? Se non 
ancora — e credo non ancora, altiinienti me l'avresti 
detto— va a vederlo. Io, e niMneresce d'aver tardato 
tanto, V l:o veduto eh' è poco. Scaturisce sotto una i>ic- 
cola collina folta e ombrosa di antichi cipressi , s-or- 
pando da parecchie vene, non tutte ei>uali : e, iì'oo^o-o 
che la prorompendo fuori, si allar-a in ampio letto cosi 
puro e cristallino, che potresti contare al fondo le mo- 
nete (votive), che vi si A-ettano, e le pietruzze rilucenti. 
1)1 la e sospinto, non dalla pendenza del luo-o , ma 
dalla sua stessa abbondanza e quasi dal proprio p^vso 
Ancora fonte e già larohissimo liume. e tale da soste- 
ner anche navi... Le ripe sono vestite di molti frassini 
e di molti pioppi, e il fiume traspaientissimo le riliette 
verdi, come se stessero sotto l'acqua. Il freddo dell'ac- 
qua contrasterebbe alle nevi, ne cede (alle nevi) il co- 
lore. Un tempio antico e devoto sorge lì vicino : v' è 



— 60 — 

dentro la statuii dello stesso (.litumuo , avvolto ^ 
adorno della pretesta : nume propizio e fatidico lo di- 
cono le sorti (le schede degli oracoli). Intorno intor- 
no, sono parecchi tempietti e altrettanti Dei: ognuno 
ha suo culto e suo nome , qualcuno anche uu proprio 
fonte; giacche oltre quello, ch'è quasi padre di tutti, 
altri ve ne sono discosti da esso ; ma si mescono alla 
corrente... Gli abitanti di Spello, ai quali il divo Au- 
gusto donò il luogo, vi hanno aperto a spese pubbliche 
un bagno e un ospizio. Xè mancano ville sopra gli 
ameni margini del fiume. Insomma, tutto ti darà dilet- 
to. E potrai anche studiare : leggerai su tutte le co- 
lonne, in tutte le pareti, numerose iscrizioni, che cele- 
brano il Dio e il fonte. Parecchie ti spiaceranno, talu- 
na ti farà ridere. 



Il tempo, clie lui iiuitiitu il uoine del tìuiiie^ 
lui rispettato la deliziosa valletta, dove il tìuiiie 
sorge. Olii vi giunge eoii la deserizioiie di Pli- 
nio in mente, di questa riconosce subito, con 
lieta maraviglia, Tesattr zza. 

Proprio così ! Tale impressione provò il poeta: 
Ancor .^.. ^Viicuru ondeggiano sul monte i fras- 
sini foschi; ancora scendono k greggi al lìuine; 
ancora il pastorello «la riluttante pecor i ne Ton- 
da iiiiiiierge » (1). 3Ia nel confronto tra ciò, che 
ripensa, e ciò, che gli sta davanti, la scena circo- 
stante, le figure, che vi <ì iimnvmìo, fermano la 
sua attenzione. È una scena campi sire, semplice 
di sana semplicità, e severa, riprodotta con ])oche, 
sobrie pennellate. Dal monte, sul quale i fras- 
sini mormorano al vento, dai monte olezzante 
di salvie e di timi, scendono, sul far dilla sera, 
nel vesprro umido, le greggi. Al fauciullu, che 
immerge a forza la pecora neir onda, si volge 



— 61 — 

una bambina, levando il viso tondo dal seno 
della madre abbronzata dal sole , 

che scalza siede al casolare e canta, 

e gli sorride. Il padre, pensoso, avvolto in pelli 
di capre, regge il plaustro — il carro dipinto 
di storie a vivaci colori, come usa nell'Umbria 
e in altre parti d'Italia, — regge la forza dei 
giovenchi. Bei giovenchi dal petto quadrato 
dalle corna lunate, dagli occhi dolci , candidi 
come neve. Li amava il mite Virgilio , pensa 
il poeta; e noi pensiamo che anch'egli'li ama 
e che in questa breve strofe ha magistralmente 
raccolto le linee, i colori , il sentimento inti- 
me di quel suo sonetto, il quale, dopo i versi 
di Virgilio, è forse la più bella poesia, che il 
paziente e prezioso amico dell'uomo, il bove 
abbia mai ispirata. ' 

Lontano, su le cime dell'Appennino, le nubi 
oscure fumano. Clii, dal fondo della valletta del 
Chtumno, volge gli occhi attorno, crede d'es- 
sere al mezzo d'un immenso anfiteatro. Al 
poeta, che vede ciò, che gli altri non vedcmo, 
pare che l'Umbria, quasi persona viva e mae- 
stosa , 1' Umbria stessa guardi « dalle mon- 
tagne digradanti in cerchio » — e la vastità 
del cerchio, che le montagne fanno intorno, e 
il carattere proprio e 1' aspetto della re-ione 
sono insieme ritratti in tre parole— //r^^y^A', au- 
stera, verde— tre sole parole, che, con la 'loro 
collocazione, la loro successione, e il suono e 
il tono particolare di ognuna , mentre dipin- 



- 62 — 

gono lo spettacolo , ne danno viva, fresca, la 
sensazione. 

Ostiirc, intanto, fnniauo le nnUi 
811 l'Apennino : ^r:i!i<lo, anstora, verde 
da le montagne di «ii a danti in cerchio, 

l'L'iulaia guarda. 

A questa v.sta solenne e lieta, dal profondo 
del cuore vìel i)oeta tutto vibrante d'amor della 
patria, erompe il saluto : 

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte 
nume Clitumno. Sento in enor l'antica 
patria e aleggi:krmi su l'accesa l'roate 

gl'itali iddii. 



Ma V occhio suo è offeso , V entujsiasmo 
turbato : non tutto ò ancora come al temj)o di 
Pliììio (^ di Properzio : su le rive del fiume 
sacro ricadono ora, malinconicamente , i rami 
dei salici piangenti. Chi osò i)iantarli — do- 
manda irritato — clii osò piantarli qui, dove 
tutto parla di Roma grande e dell'antica Ita- 
lia, grande con Roma ? Un' imprecazione gli 
esce in uno scatto di sdegno: 

Ti rapisca il vento 
de l'Apennino, o molle pianta, amore 

d'umili tempi ! 

Qui la quercia salda , robusta , che resiste 
al vento, la ([uercia secolare, e sempre giovine 
(lì aUcgra giovinezza dentro F involucro verde 
dell'edera; — qui i cipressi, «vigili giganti, » S(d- 
leviìi(> ni cieh) le ardue cime intorno al nume, 
che emerge dalle acque, e, fra queste ombre 



~ 63 ~ 

più degne, canta tu i tuoi carmi fatali, o Gli- 
tumno ! Xarra ciò, che vedesti nei secoli ! 

Così, dallo spettac(do presente, il ])oeta è re- 
spinto nel passato lontanissimo. Indietro ! In- 
dietro ! Questa terra — egli ricorda e medita — 
tennero ])rima gli Umbri, popolo Mero e sem- 
plice, sinchò non gliela contesero e tolsero in 
parte gli Etruschi. La pesante fanteria unTora 
cedette alle truppe leggere dell' Etruria. Xon 
lontano di qui, sopra un' alta collina, secondo 
il costume, gli Etruschi innalzarono una delle 
loro città maggiori, Perugia; e di qui estesero 
il loro dominio e la loro potenza al mezzo- 
giorno sino alle falde del monte Cimino. Così, 
dice Virgilio, la forte Etruria crel)be. 

« Gli opulenti campi dell' Etruria » si arre- 
stavano all' orlo della foresta densissima, che 
copriva tutto il Cimino — e anche oggi lo copre, 
men densa. — Un misterioso terrore, una su- 
perstizione invinci1)ile allontanava dalla foresta 
i Romani, e protesse l'Etruria e l'Umbria, sin 
che un Eabio non ebbe V ardimento di attra- 
versarla contro il volere dello stesso Senato, e 
iniìisse agli Etruschi la tremenda sconfitta di 
Sutri. Anche ai»Ii Um])ri l'avanzarsi dei Romani 
dispiacque ; ma non tardarono la comunanza 
delle origini e il senno di Roma a phicarli, e, 
soli cento anni dojx), V invitta resistenza di 
Spoleto mostrava ad Annibale (jual dura im- 
presa egli avesse incominciata. 

11 poeta vede intorno a se quello, che gli 
altri non vedono : la i)oesia sa ({nello, che la 
storia tace. La storia registra i fatti accaduti : 



— 64 — 

la poesia intuisce e scopre le cagioni ilei fotti 
nelle aiiiine dei personacrcri storici^ sieno indivi- 
dui, sieno moltitudini, integrando, compiendo 
e interpretando la storia. Livio dice brevein ru- 
te : -- S])nlrfr. respinse Anìiil)ale : -^ il poeta 
inmgina come la lesistenza tìi preparata, quali 
affetti, quali passioni ressero e mossero le armi 
dei difensori. 

Nelle società pi imitive, se una guerra è im- 
minente, i guerrieri sono cliiamati alle aum 
da corriLii, clie divìilgano, di villa^no iiì vil- 
laggio, di borgo in l.orgo, di tribù ìn tribù, il 
comando del capo, in ì scozia, sino al secolo 
X\ Ili, i messaggeri portavniìf) in mnim una 
rozza croce di legno ; e un poeta scozzese rac- 
conta : 



Alla vista del simbolo fatale, ^li abitanti dello grotte 
e delle capanne corsero alle anni ; i burroni profondi, 
le pia^-^e selvose inviarono i loro valorosi guerrieri! 
Passava il niessa.iioero seuza fermarsi, mostrava il se- 
gnale, indicava il luogo del convegno, e, allontanandosi 
con la celerità del vento, lasciava dietro a se sorpresa 
e clamori. Il pescatore abbandonava le arene del lido, 
il fabbro annerito si armava di i>ugnale e di spada, il 
mietitore felice, con viso mutato, deponeva la falce: nei 
campi, l'aratro e il earro rimanevano inoperosi in mezzo 
al solco, le greggi erravano senza pastore. I (cacciatori 
cessavano d' inseguire il cervo ne' boschi , i falconieri 
restituivano ai loro falchi la libertà.... 



11 messaggero vola: giunge dove si ])i:ìno'e 
un morto e gli si rend(mo gli onori iìin('])ri. 
Alla vista della croce, il giovinetto tidiu.do 
del morto prende le armi, lu>iia la madie jn.in- 



— 65 — 

gente, e parte. — Il messaggero vola : giunge 
dove un lieto corteo s'è recato alla chiesa. 

Maria si nniva col giovine Xorinanno. G-li amici e i 
parenti della coppia felice, passando sotto le arcate go- 
tiche, si avviavano in fila dopo la cerimonia nuziale. 
I vecchi, in abiti da festa, sorridevano al ricordo 
de' loro anni felici : i compagni dello sposo cercavano 
di provocare il buonumore delle fanciulle, che Unge- 
vano di non ascoltarli; i ragazzi empivano Paria dei 
loro clamori. La sposa novella abbassa con modestia 
lo sguardo. Le sue gote vermiglie ricordano Pincarnato 
della rosa, su la quale brilli una lagrima dell'aurora. 
Ella si avanza con passo timido, e con la mano racco- 
glie le pieghe del velo, che vince il candore delLi neve. 
Al fianco di lei cammina lo sposo, contemplandola con 
aria di trionfo, e all'orecchio di lui parla la madre fe- 
lice sorridente di gioia... 

Ed ecco giungere l'araldo del terrore e della 
morte. 



Bagnato ancor delPacqua del torrente, lordo di 

polvere, ansante, i)resenta il segnale delle battaglie allo 
sposo, dicendogli : — Tortalo tu.... Normanno si spoglia 
lentamente del suo mantello : fissa un tenero sguardo 
su la sposa , i cui begli occhi si empiono di lagrime, 
lagrime d' un dolore, che egli non potrà addolcire. Si 
volta non osando affrontare la vista di un secondo 
sguardo, e parte... (2). 



Con questo racconto lia parecchie somiuiian- 
ze quella parte dell'ode, nella quale il Carducci 
narra che, all' avvicinarsi di Annibale, quan- 
do tuonò il punico furore del Trasimeno , un 
grido salì dagli antri del Clitumno , e lo ri- 



— 65 — 

percosse da' monti la buccina (il corno guer- 
resco di metallo torto a si)irale): 

O tn, che pasci i buoi sopiji Mevauia 

caliginosa, 

e tu Cile i })r()iii colli ari alla sponda 
del Nav sinistra, e in che i hosclii abbatti 
sovra Spoleto verdi o ne la marzia 

Todi fai nozze, 

lascia il Ime «grasso tra le canne, lascia 
il torci fulvo a nn'zzo solco, lascia 
liell'inclinata (iiiercia il cnneo, lascia 

la sposa a l'ara ; 

e corri, corri, coiri ! Con la scnre 
corri, e co' dardi, con la clava e Tasta ! 
Corri, nnnai'cia gl'itali penati 

Annibal diro. 



Xon so, anzi non credo che il Carducci avesse 
presente alla memoria la pagina del i)oeta 
scozzese : la stessa cagione produce gli stessi 
effetti in tempi e luoghi tra loro lontani. Mix 
se quella pagina potesse, con certezza, credersi 
conosciuta, ricordata, da lui, oh ! con quanta 
alùlità e franchezza avrebbe egli reso concitato, 
efficace il racconto minuzioso deUo scozzese I 
Quale impeto lirico avrebbe sostituito alla len- 
tezza della esposizione, quanto calore infuso 
nella rap])resentazione ! Xon simbolo, non mes- 
saggero; ma un grido, un grido sorto dagli an- 
tri profcuidi del tiume , si leva ed echeggia 
intorno, — e quel grido è comando, — ccmian- 
do, che coglie improvviso Vnniììo inteiìt*> alle 
solite sue occuijazioni , e io scuote , lo svelle, 
lo lancia alFarme, e lo insegue incessante, pun- 



— 67 — 

gente nella c^n-sa animosa. A una serie di chia- 
mate, che pai(mo i suoni della buccina — e tif..., 
e tu,., e tu — segue im crescendo d'ingiunzioni — 
lascia... lascia... lascia... lascia... — al quale imme- 
diato tien dietro un crescendo più forte, più ra- 
pido, irresistibile, di esortazioni : e corri, corri, 
corri... corri ! E tutt'e due trascinano veementi,' 
sollevano alla visione paurosa della battaglia, alla 
esultanza della vittoria — che nel poema scoz- 
zese mancano. 



Deh! come rise d'alma luce il sole, 
l)cr questa chiostra di bei monti, quando 
urlanti vide e minanti in futra, 

l'alta Spoleto, 

i mauri immani e i numidi cavalli 
con mischia oscena, e, sovra loro nembi 
di ferro, tlutti d'olio ardente, e i canti 

de la vittoria. 

Si dice che quando Michelangelo ebbe com- 
piuto il maraviglioso 3Iosè, lo percosse forte 
del martello e gli gridò: — Parla ! Il Carducci 
ha tolto dall' immobilità del dipinto del Co- 
chetti i giganteschi guerrieri della ^lauritania, 
gli agili corsieri della Xumidia, i nembi di fer- 
ro, i tlutti d'olio infiammato. Tutto si muove, 
tutto si agita innanzi agli occhi nostri, e nel 
suono de' versi echeggiano gli urli de' fuggenti 
e il fragore della mina, sin che li copre il 
canto prorompente alto, largo, dai petti dei 
vincitori. 

Le stesse cagioni— dicevo testé — producono, 
su per giù, gli stessi effetti in tempi e luoghi 
tra loro lontani ; ma, s' intende, con le diver- 



— 68 — 

sita estrinseche, le quali lì fi i Tersità de' tempi 
e de' luoghi porta con so; ma con le differenze 
ben più profonde, che la mutata situazione del 
poeta rispetto alla mn feria, eli e tratta, genera 
nel suo sentimento e nella sua fantasia. Anclie 
in un'altra ode del Carducci (^), di parecchi anni 
posteriore a questa, splende il sole so]ìi-a monti, — 
nn grido sorto di sotterra rimbomba da monte 
a monte e si diffonde da villa a villa; — dai 
borghi e dalle ville inerpicati su per le alture 
o distendentisi al piano, accorrono giovani e 
vecchi in armi ; — rintrona il corno del pastore, 
come la ritorta buccina. Ma il sole scintilla su 
i ghiacciai candidi, e penetra sotto le nere bo- 
scaglie delle Al])i:~^ il grido si leva n.iHe 
fosse de' caduti combattendo per la patria, non 
per esortare a difesa, ma per chiedere vendetta; — 
e al sunno del corno tien dietro, e lo copre, 
ben ]MÙ fragoroso e tremendo, il suono proprio 
delle iiinderne battaglie di popolo; — e le ima- 
gini, che (ini trasvolmio concitate e rapidissime 
si compongoiin lente, l'una dnj.i. Valtra, in ani- 
idissimo qiuidro, che il vei>o riikllt qiia.-i eun 
la precisione, con la solennità, con In lìiaestà 
deire))opea. 

Torniamo al Clitumno — dal quale non ci 
siamo molto allontanati, perchè, sotto altra foi-- 
ma, abbiamo ritrovato la stessa grande scena e 
gli stessi motivi. 

A un tratto, il idUo si abbassa, u gU sguardi 
dei poeta si chinniu) , si fissano sul laghetto, 
che n(ui hanno sinora guardato. Egli guarda, 
e pare che non abbia altra cura. La visione 



- 69 — 

di gloria è sparita, la balda letizia è cessata; 
rintimo accoramento traspare dai suoni atte- 
nuati, dal ritmo frequentemente sospeso, dallo 
sforzo, che pare facciano le imagini a congiun- 
gersi runa con l'altra. 

Tutto ora tace. Nel sereno srorsro, 
la tenue miro saliente vena : 
trema, e d'un lieve pullular lo specchio 

segna dell'acque. 

Ride, sepolto a l'imo, una foresta 
breve, e rameggia immobile: — il diaspro 
par che si mischi in flessuosi amori 

con F ametista. 

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno 
de l'adamante rigido i riflessi, 
e splendon freddi e chiamano a i silenzi 
del verde fondo. 

Tuffo ora face : sull' ardore de' versi prece- 
denti, pare un getto di acqua gelida. Quotato 
il tumulto dei ricordi e degli affetti, il poeta 
può disegnare e colorire un quadretto di esat- 
tezza e di evidenza mirabile; può osservare e 
ritrarre ciò, che sfuggì ad altri, osservatori o 
poeti. Plinio notò sotto le acque trasparentis- 
sime le monete e le pietruzze, non la forcsfa 
breve., che ramef/f/ia immohile al fondo, con quelle 
sue tinte metalliche, fredde; notò l'ampiezza, 
il volume e quasi il peso delle acque, non la 
vena saìienfe^ che, quantunque tenue, si solleva 
tremolando al sommo di esse, e le fa lievemente 
pullulare. Il Byron (3) ammirò le acque « del 
pili puro cristallo , che fosse mai, » benedisse 
al genio del luogo, che asperge di sua freschezza 
il cuore e lo deterge dell' arida polvere della 



f 



- 70 — 

Tita; — non sentì il fosciiio de' fiori di zaffiro, 
elle chìam((ìw ai ,sUcìì-ì del verde fondo. 

Bene iiiiaiiinò il Byron la iiiii ih del fiume, 
che contempla e lava le sue belle membra nelle 
acque, specchio insieme e bagno ; e non tra- 
scurò «il tempio di piccole e delicate ])ropor- 
zioni, che, sopra il dolce declivio di 1 i olle, tien 
viva la memoria del Dio.» Mn fiimnn tocchi 
fuggevoli, nò l'illustre straniero, benché aman- 
tissimo deiritalia, ])oteva sentire, in quel luooo, 
ciò, che vi senti il poiia itnlinno. 

Il quale non vidle — io credo — seguir l'e- 
sempio del l^yron, ma piuttosto far eco al no- 
stro Leopardi, quando si scosse dalla contem- 
plazione esclamando : 



visser le ninfe, vissor»), e un «livin.) 

talamo è (jnosto I 

Come altri poeti del tempo suo, il Leo])ardi 
lamentò in dolcissimi versi la sparizione delle 
leggiadre deità, di cui la religione antica 
aveva poj>olato le montagne, le selve, i fiumi, 
le fontane : 

Già (li candid»' ninfe i rivi albergo, 
l)lauid() albergo e specchio 
fnro i Hipiidi fi)nti... 
Vissero i tìon e l'erbe, 
vissero i boschi nn dì. 

Era un vago tessuto dMUusioni, che l'arido 
vero ha crudelmente strappato, .li divino 
Leopardi mancò la forza di ricreare con la 
fantasia quel mondo incantato, e viverci denti'o. 
Xon egli, figliuolo dotto e malato del secolo 



XIX ; ma 

ingenuo. 



il 



— 71 - 
pastorello 



antico , ignorante , 



il pastorel, che all'ombre 
meridiane incerte, ed al fn)rito 
margo addiicea de' tinnii 
le sitibon<le aguelle, arguto carme 
sonar d'agresti Pani 
ndì Inngo le ripe ; o tremar l'onda 
vide, e stupì che, non i)alese al guardo, 
la faretrata diva 

scendea ne' cabli ilutti, e. dall'immonda 
])(dve tergea, della sanguigna caccia, 
il uiveo lato e le verginee liraccia. 



Il Carducci ha quella forza; il Carducci vede 
le Xaiadi azzurre emergere dal fiume luììf/he 
ne\fÌHeììti veli; le ode, per 1(( elwta sera^ chia- 
mare le sorelle brune dalle montagne; e le une 
e le altre axhIc, come Orazio vedeva, danzare 
sotto r imminente luna^ cantando; e le ode can- 
tare di Giano, rantichissimo Dio degi' Italiani, 
dalle cui nozze con la forte veriilne Camesena 
nata dalla terra d'Italia^ (fufoetona virar/o^ «nac- 
que r itala gente » . E se, con maggiore me- 
stizia, egli ripete , tutto ora tace, tutto, egli non 
tanto è triste perchè le Xaiadi e le Oreadi 
tacquero, fuggirono, sparirono; quanto perchè 
la fine delle divinità antiche seii'nò la fine della 
grandezza di Konia. E se un solo de' tempietti 
del Clitumno resta, e non vi siede più la sta- 
tua del nume; in verità non del fato del nume 
si duole culi, ma del fato di Eoma: 



.-, j 



Non pili perfusi del tuo fiume sacro 
menano i tori, A'ittime orgogliose, 
trofei romani a i templi aviti : Koma 

più non trionfa I 






— 72 — 

Torna il concetto, tornano le imagi ni di \ ir- 
gilio; ma con tutt' altro significato, in tTTtt\ìl- 
tra sitnazione. ^4?«eor, aveva esclaiuiln n poeta, 
cominciando : ahimè, è costretto a sogginngere: 
Xon più, ìionpiu! Niente pareva iiiiitato, e tutto 
è mutato. 

Jioma più non trionfa, pensa il poeta, da (juan- 
do il Cristianesimo trionfò. E ricrmia, .-i raf- 
tìgura eoa tlolore, ( juesenta n lìoi vivr» v ino1)i]i 
le mn]titì],liin^ elie, nel terzo e nel quarto se- 
co!» .1* ir era nostra, avvolte in rozze tuniche 
nere, m knu processioni, liUmuiudu, distrussero 
i temnii gl'idoli dell'anticliità. Anclie questa 
è storia, rievocata .lil r.ilore dell' imaginazione. 
Un contemporaneo descrive così q ut ila « sacra 
follia » di distruzione: — « Corrono ai t( lupli 
portando legna e pietre e ferro : quelli , che 
non ne hanno, [jui tano contro di essi le numi 
e i piedi... Abbattuù i j>iimi templi, si accorre 
ni secondi ed li tr i/i. si accumulauo trofei e 
trofei... Passali^ p, r j cam])i come torrenti de- 
vastatori ».— «Xeik CialiK il vescovo 3iarUnu, 
nella Siria il vesc^n n Marcello, ad Alessandria 
il vescovo Teotìlo marciavano alla testa dei loro 
fedeli, tutto al»battendo t distruggendo » (5). 

Seguì l'ascetismo monastico [ncvnhmte per 
secoli. 

Strappar le turbe a i santi aratri, a i vecchi 
padri aspettanti, a le fiorenti mogli ; 
ovunque il divo sol benedicea, 

nialedicenti. 

Malediceiiti a Popre de la vita 
e de Pamore, ei delirar») atroci 
congiugjiinienti di d(»l<»r con Dio, 

su rupi e in grotte. 



— 73 — 

Allora, come il Carducci ebbe a scrivere 
altrove , « l'obbrobrio del mondo, la sete del 
dissolvimento, la rinnegazione della vita fu la 
legge e la fìlosotìa. » 

Discesero ebri di dissolvimento 
a le cittadi e in ridde paurose 
al crocefisso supplicarono, empi, 

d'essere abbietti I 

Quasi non occorre dire che il pensiero del 
Carducci storico e critico è più compiuto e più 
esatto del sentimento del Carducci poeta. Pur 
credendo — non primo, nò solo — che il Cri- 
stianesimo apri dissidio insanabile « fra anima 
e corpo, fra cielo e terra, fra spirito e mate- 
ria; » — pure rimpiangendo le leggiadre tigu- 
razioni e i riti stessi della religione antica; il 
Carducci storico e critico non ignora , anzi 
riconosce che le idee e le rappresentazioni cri- 
stiane « furono storicamente necessarie ad ab- 
battere pur una volta la sozza materialità del- 
l' impero e ad atterrire i Trimalcioni dell' ari- 
stocrazia romana tiranni godenti del mondo; 
furono necessarie a contenere la materialità 
selvaggia dei barbari , a infrenare la forza 
cieca e orgogliosa de' discendenti di Attila di 
Genserico di Clodoveo... E Gesù consolò molte 
anime di oppressi ; asciugò molte lagrime di 
schiavi: nella servitù generale, la chiesa del tì- 
gliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero 
della libertà e dell'eguaglianza.» Ma, dirò ancora 
col De Sanctis, « la poesia non è filosofia , e 
la verità poetica è altra cosa che la verità fi- 

6 



■gm >'t*" 



— 74 — 

losofiea. La verità poetica ò ciò che ò creduto 
vero dal poeta » nel momento dell' ispirazione, 
« e produce sul suo animo eftetti estetici. » In- 
fatti , per citare un esempio, dopo il grandis- 
simo de' poeti cristiani, Dante, nessuno, che 
io sappia, ha ridipinto al pari del Carducci, 
lì, nell'Umbria, a poca dist^inza daUe fonti del 
Olitumno, ridipinto V aureola delhi poesia in- 
torno al capo di San Francesco di Assisi , il 
frate innamorato di tutte le creature, che egli 
detinì « il socialista cristiano. » 

Da' templi spogliati, da' colonnati infranti, 
dalle processioni delle turbe salmodianti, dalle 
esagerazioni delFascetismo, il poeta rifugge ai 
tempi della Grecia, ai tempi di Roma, quando 
l'anima umana era serena, infera, diritta su la 
riva deir Ilisso, su i lidi del Tevere. Ed ecco 
un nuovo , dolce pensiero lo conforta e lo ri- 
conduce a noi: i foficlii dì passa ro. Si risidleva 
l'anima umana, torna Roma ali' Italia , torna 
l'Italia ad essere quale Virgilio la cantò, i)ro- 
spera, feconda, forte, gloriosa, maestra di senno 
e di arte alle geriti. Esulta il poeta nostro, 
come Virgilio esultava, rinnovellaiido alla pa- 
tria risorta i eanti dell'antica lode] mentre, sim- 
bolo della nuova civiltà, «corrusco, fumido», 
rapido, passa « mandando il suo grido di tur- 
bine », il ripore. 

Così tiiàisce l'ode, dimore e pensiero, memo- 
rie e glorie dei padri e speranze nostre, pas- 
sato e avvenire , virili disdegni e JUc^gnanime 
aspirazioni — imagini delF arte e delbi storia 
antica, e impressioni attuali della vita e della 



/ 



— iù — 

natura, con le loro conformità e con i loro con- 
trasti, conciliati nell'ideale luminoso della pa- 
tria — tutto questo, tutto insieme è il metallo, 
che Giosuè Carducci ha foggiato in nitida sem- 
plicità di linee, ha scolpito in austera purezza 
di rilievo ed ha avvivato del possente soffio 
dell' entusiasmo. 

Ora ve la leggerò tutta. Ma, prima, signore 
e signori, mandiamo saluti, mandiamo augùri 
al grande artiere , sul quale è calato il peso 
delle infermità e dell'età. La iìamma balda e 
audace non sfavilla più, il picchiar del maglio 
non suona più dentro la sua fucina. Il capo 
fiero è cinto di canizie, il braccio pende inerte 
e l'occhio è triste... Ma l'opera sua sta: simile 
alla quercia, erge, a sudare il tempo, il tronco 
poderoso, vestito del verde perenne dell' arte. 
Come allietò gli anni fiorenti della nostra gio- 
vinezza; così rasserena e conforta i nostri anni 
maturi. Oh viva il poeta glorioso, viva ancora 
molti anni, al nostro affetto, alla nostra rico- 



noscenza 



? 



NOTE 



(1) Rifiorirono nella memoria del Carducci dne versi della tra- 
duzione dell' Orazio di T. B. Macaulay fatta dalla Luisa Grace 
Bartolini , i quali egli aveva riferiti nello studio su questa poe- 
tessa : 

Or solo i fancinlletti immergeranno 
La reluttante pecora nell' Umbro. 

Me ne sono accorto rileggendo i Bozzetti critici : cfr. l'edizione 
di Livorno, p. 153. Il testo inglese è : 

This year, young boys in Umbro 
Shall plunge the struggling sheei». 

(2) Cadore. 

(3) AValter Scott, La donna del lago, ITI, 14 segg. 

(4) Cìùlde HaroUVs Pilgrimage, IV, 66 segg. 

(5) C. Pascal, Dei e diavoli; L© Monuier, 1004, p. 108. 



GAEIBALDI E DAXTE 
ISELLA POESIA DI GIOSUÈ OAEDUCOI, 



\ 



« Riprendendo le lezioni all' Università il 1» marzo, il Profes- 
sore F. Torraca parlò del Carducci ai giovani accorsi più numerosi del 
solito ad udirlo. Con 1' aiuto degli appunti che prendemmo , noi 
possiamo dare il sunto, un po' arido, ma sostanzialmente compiuto 
di quella^ che volle essere non una orazione, ma una vera e propria 
lezione. » Dalla Letteratura contemporanea, rivista bibliografica di- 
retta da Antonio Pagano, anno li, n. 1. L'A., per questa ristampa, 
ha riveduto il sunto, e vi ha fatto qualche aggiunta. 



/ 



La malattia , che interruppe il corso delle 
nostre lezioni , non prima cV oggi mi lui per- 
messo di tornare in mezzo a voi. Mi dolse dì 
non essere con voi, quando voi ed. io fummo 
percossi dalla notizia dolorosa della morte di 
Giosuè Carducci. La notizia era attesa, perchè 
da lìarecchi anni il forte uomo decadeva sem- 
l)re. Per lui è stata una liberazione, perchè niente 
più straziante per quello spirito energico che 
sentirsi incatenato nella carne , che non gli 
obbediva. ]\Ia, come dice il Leopardi, 



... seiiiprc stringe 
Air uomo il cor dogliosaiiieiite, aucora 
di' estraneo sia, olii si diparte, e dice 
Addio per sempre ; 

tanto più quando colui, che si diparte, rappre- 
senta ciò, che la nazione ha di più elevato e di 
più puro; è quello, cui si volgono gli alletti 
di tutti, che assomma gPideali della patria e 
deirarte. 

Il tempo passato dairannunziu della morte 
a oggi ci libera dal pericolo di ciò , che egli 



— 80 — 

più odiava, la rettorica, la declamazione, Teii- 
fasi a freddo. Ora non è necessario parlare di 
lui distesamente, e non è opportuna una sin- 
tesi, che farò in altro luogo e in altra occa- 
sione ; piuttosto vogliamo trattenerci di lui, 
con lui, leggendo nelle sue opere. Xon è nuovo 
l)er noi. Qualcuno di voi ricorderà che comin- 
ciai il corso di letteratura italiana discutendo 
una sua pagina; e ogni volta clic ci è capitato, 
abbiamo tolto dalle sue opere accenni a pe- 
riodi storici, a poeti e a prosatori. Tn questo 
anno, nella scuola di 3Iagistero e nel Corso di 
perfezionamento, C(mimentiamo quando una, 
quando un' altra delle liime Xuove. Sui gior- 
nali si sono lette proposte di commenti e di 
letture pubbliche , e si capisce : la sua poesia 
ne ha bisogno , perchè , in verità , non è per 
tutti. « In arte, diceva egli stesso, sono aristo- 
cratico ». Meglio, dunque, onorarlo studiandolo, 
cercando d' intenderlo , d' imbeverci de' suoi 
spiriti. 

Io vorrei oggi mostrarvi ra])idamente e come 
in iscorcio la fusione dei diversi elementi 
della sua poesia , della dottrina e del senti- 
mento, della storia e della fantasia, del reale 
e dell'ideale, del presente, che sveglia i ri- 
cordi del passato, del passato, che adombra e 
fa sperare il futuro ; e 1' evoluzione della sua 
arte, che si spoglia via via di elementi perso- 
nali, mentre le concezioni diventano più alte, 
più serene, e la forma si fa più tersa, conci- 
sa , robusta , efficace: tutto ciò cìasskamcnte^ 



— 81 — 

ossia , per usar sue parole , con la prevalenza 
dell'aifetto raccolto sul sentimento ditfuso, della 
fimtasia scultrice su l'eccitabilità imaginosa e 
coloritrice. E ho pensato di mostrarvelo se- 
guendo nella sua poesia le due grandi figure, 
che si sono affacciate più spesso alla sua fan- 
tasia, Cxaribaldi e Dante. 

La prima poesia del Carducci a Garibaldi 
è un sonetto del '59, ispirato dalla notizia che 
i] generale passava per il primo il Ticino e 
moveva contro gli Austriaci. L'autore aveva 
ventiquattro anni, e nella sua mente si agita- 
vano le reminiscenze della scuola. Il sonetto 
è questo: 



Te là di Roma su i fumanti spaldi 
Alte sorgendo uè la notte oscura, 
Plaudian pugnante per Feterne mura 
L' ombre de' Curzi e Deci, o Garibaldi ! 



A te de' petti giovanili e baldi 

Sfrenar V impeto è gioia ; a te ventura 
Percuoter cento i mille, e la sicura 
Morte con amorosi animi saldi 



Abbracciar là sovra il nemico estinto. 
Or tu primo a spezzar nostre ritorte 
Corri, pur del tuo nome armato e cinto. 



Vola fra i gaudi del periglio, o forte : 
Vegga il mondo che mai non fosti vinto. 
Nò le virtìi romane anco son morte. 



Le virtù romane, le ritorte, Vomhre de' Curzi 
e Deci son imagini , che si aff'ollano alla me- 
moria d' un giovine, piena di notizie storiche. 



— 82 — 

Xoii die questo sonetto abbia molto del eo- 
muiie ; ma vi è più eloquenza ebe poesia. Vi 
sono espressioni energiebe e feliei: a te sfrenar 
rimjìefo è gioia ^ jìercuoter cento i mille, vola tra 
i gaudi del jìcriglio; pure, ahhraeciar la morte 
sopra il nemico non è imngine persi)ieua , e 
i Curzi e i Deei plaudenti non paibnio alFima- 
ginazione. 

Segue una poesia ealda di sentimento, /Sicilia 
e la lìivoluzione^ eomposta nel '00.11 Carduc- 
ci, come tutti i giovani, batte la via, ebe trova 
aperta. La poesia patriottica italiana aveva 
fatto uso ed abuso del decasillabo , ed cali si 
serve dello stesso metro , di cui si erano ser- 
viti il ^lanzoni , il Bercliet , il Rossetti. Ed 
era naturale cbe così tacesse. La prima mossa 
è presa dal Rossetti. 1 versi 



Da le A'ette de 1' Etna fmnanto 
Ben ti levi, o facella di o-ueria, 

ci ricbiamano quelli del poeta di Vasto 



Dalia vetta dell' Etna fiiinantc 
Alla cima delT Alpi nevose. 



3Li quello, cbe io volevo rilevare, è il jìasso, 
cbe riguarda Garibaldi direttamente: 



Chi è oostni che cavalca glorioso 

In Ira i lampi del ierro e del fnoco, 
Bello come nel ciel ]>rocelloso 
n sereno Orione compar ? 



— 83 — 

Ei si noma, e a' suoi cento dièr loco 
Le migliaia da i re congiurate : 
Ei si noma, e città folgorate 
Su le ardenti mine pugnar. 

Come tuono di nube, disserra 
Ei li sdegni che Italia raguna : 
Ei percuote d'un piede la terra, 
E la l.erra germoglia guerrier. 

Garibaldi!... da Pernia laguna 
Leva il capo, o Venezia dolente : 
Tu raccogli, o de V itala ganìa 
Madre Roma, lo scettro e l'ijnper. 



Questo metro credo clic ora non suoni tanto 
simpatico agli oreccbi degl'Italiani, e il me- 
rito o demerito di ciò spetta allo stesso Car- 
ducci. La domanda : Chi è costui ì appartiene 
al bagaglio tradizionale. ]S"on mancano ricordi 
del Cinque Maggio, verso cui, più tardi, egli fu 
molto severo (Ei si noma ecc.) , e dei luogbi 
soliti della poesia patriottica. Il sentimento'^ a 
lungo andare, illanguidisce , e manca la raf- 
figurazione diretta deireroe. 

Qualcbe cosa di più vivo, di più acceso si 
vede in una canzone non compiuta, intitolata 
Roma Jforte, il grido di Garibaldi. 



L' udì pria V aspettante 

Di Caprera leon : con un ruggito 

Fiutando la battaglia alzò la testa, 

E saltò fuor. Le sante 

Ombre accorrendo ;il dittator romito 

Lo circondar con rombo di tempesta. 

E già V inclita gesta 

Prende ogni mente giovauil : chiamare 

Novellamente pare 

Giìi da Marsala un lieto suou di tromba 

Sparso agi' itali venti. 



— 84 — 

I più vecchi lasciar, le donne care ; 
E te Roma cercando od una tomba, 
Tentan con man le piaghe ancora ardenti 
Sotto il saio vermiglio, e van tìdenti. 



— 85 — 

Oh de 1' eroe, del povero 
Ferito al career muto 
Portate, o venti italici, 
Il mio primier saluto. 



Efficace , ben trovata e rispoiideiite al vero 
r imagiiie del leone , clie con un riif/f/ito Fiu- 
tando la hattaf/ìia aJ::ò la testa, U saltò fuor; 
ma quello , che segue , è narrazione vaga e 
piuttosto fredda nonostante la sonorità dei 
versi. Il dittato)' romito resta come sperduto 
tra le ombre, die gli si affollano intorno. Qual- 
che accento più gagliardo udiamo nella poesia 
(;omposta dojw Aspromonte. È la prima, in cui 
si trovino accenni a ]>ersone vive : fu composta 
nel i)eri()do delle tempeste — chiamo così quello 
tra il '02 e il '70 — periodo di duiuri, di scon- 
fìtte , di umiliazioni per la nostra patria. Al- 
lora il Carducci osò nominare , non velare 
come fa il Giusti, le persone, contro le quali 
levava la sferza. 



O libertà, sollecita 

Speme de' padri e nostra, 
Sangue di nuovi martiri 
Il tuo bel velo inostra ; 

Non da te gì' inni movono 
Dove Rattazzi impera 
E geme in ceppi il vindice 
Trasibul di Caprera. 



Accanto alF accenno al Ivattazzi, vedete una 
reminiscenza classica, il Trasibul di C((prera: 
pensoso era già apparso Trasibulo in una delle 
strofe precedenti. E coutiuun : 



i 

li 



Evviva a te, magnanimo 
Ribelle I a la tua fronte 
Pili sacri lauri crebbero 
Le selve d' Aspromonte. 

Spada è il tuo nome (o improvvido, 
Ei non ti fu lorica). 
Tu solo ar<listi insorgere 
Contro l'Europa antica. 

Chi vinse te? Deh, cessino 

I vanti disonesti : 

Te vinse amor di patria, 
E nel cader vincesti. 

Evviva a te magnanimo 
Ribelle e precursore ! 

II culto a te de' posteri. 
Con te d' Italia è il cuore. 

Il succedersi, raccavallarsi rapido delle escla- 
mazioni e delle interrogazioni ritrae bene la 
eccitazione interna del poeta; ma si può notare 
che, se e' è qualche frase viva ed espressiva , 
non però ò poetica , come deli cessino i vanti 
disonesti, ecc. Diceva il Voltaire, non intera- 
mente a ragione, ma nemmeno interamente a 
torto, che, per giudicare se una poesia è davvero 
buona, bisogna osservare quale effetto faccia 
tradotta in prosa. Ora questa del Carducci 
non è ancora tutta poesia; ha ancora del pro- 
saico. Per trovare la prima volta Garibaldi 
colto in un momento veramente epico della 
sua storia, bisogna aspettare Tepodo composto 



— 8G — 

dopo Villa Glori In morte di Giovanni Cuiroli, 
Si sente li che il poeta è salito molto più su 
nel cammino deirarte. Giovanni Cairoli è per 
morire : 



Il capo ornai da 1* atra iiioite avvolto 

Levasi ; ed improvviso 
Trema sul bianco ed atìilato volto 

L^ aleggiar d' un sorriso. 



L' occhio ne 1' infinito aprcsi : il fere 

De 1' avvenire un raggio : 
Vede allegre stilar armi e bandiere 

Per un gran i»ian selvaggio, 

E in mezzo il duce glorioso : oudeuuia 

La luminosa chioma 
A V aure «lei trionfo : il sol dardegjjria 

Laggiù in fondo su Roma. 



Apri, Roma immortale, apri le porte 

Al dolce eroe che muore : 
Non mai, non mai ti consacrò la morte, 

Roma, un piìi nobil cuore. 



Questa è rai)presentazione obbiettiva , e ri- 
sponde al sentimento generale. Io mi ricordo 
quando ero ragazzo, e venivano a casa mia le 
lettere di due fratelli miei , che erano sotto 
Oapua con Garibaldi. T foglietti pm-tavano im- 
pressa la tigura dell' eroe, così, come la dipinge 
il verso del poeta. Così le moltitudini videro 
e amarono Garibaldi , con la bionda chioma 
ondei>'i»iante. 

E notate il progresso non soltanto della for- 
ma. (^)uti sorriso, che aleggia improvvisamente 
sul volto hianco e afflato ò ritratto dal vero, 



— 87 — 

con cuore sinceramente commosso. Trema sul 
hianco ed affilato volto UaUfigiar d'un sorriso 
sono versi, clic lasciano neli' anima rimpianti 
e fremiti. E quale contrasto tra l'allegro sfi- 
lare di armi e bandiere e la tristezza delia 
morte di quel giovine ! Quale schianto vederlo 
morire in faccia a Roma iri-adiata dal sole, 
morire perchè volle liberare Koma! In mezzo 
spicca, pure col suono delle parole, la figura del 
duce (jloriono, L' occhio nclV infinito aiìresi , è 
verso, clie si leva in alto, scliiudendo alPimagi- 
nazione vastissimo orizzonte. 

Il ricordo di Mentana ispirò al Carducci 
nel ISSO una delle sue odi barbare, che è ve- 
ramente l'apoteosi di Garibaldi. Tediamo dap- 
prima r eroe in una situazi<me angosciosa : è 
stato vinto e procede innanzi a' suoi, solo, tri- 
ste, silenzioso: 



Il dittatore, solo, a la lugubre 
schiera d' avanti ravvolto e tacito 
cavalcava : la terra e il cielo 
squallidi, plumbei, freddi intorno. 



E una caratteristica della poesia del Car- 
duc<'i IW'cordo del paesaggio con i sentimenti 
suoi o de' suoi personaggi. 



Del suo cavallo la pesta udivasi 

uazzar nel fango : dietro s^ udivano 
p»«si in cadenza, ed i sospiri 
de' petti eroici ne la notte. 



g 



Il suono della pesta del caA allo ci fii pro- 
prio, consentitemi 1' espressione , sentire il si- 



— 88 — 

ìenzio delle schiere, silenzio rotto solo da' loro 
sospiri. Ed ecco levarsi per V aria un peana 
a gloria del vinto , e poi V inno dello stesso 
poeta. 

Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio 
« Mai non pensammo forma più nobile 
d' eroe. » Dice Livio, o sorride 
« È de la storia, o poeti. 



De la civile storia d' Italia 
è qnest' audacia tenace ligure, 
che posa nel giusto ed a 1' alto 
mira, e s' irradia ne 1' ideale. » 



Gloria a te, padre. Nel torvo fremito 
spira de V Etna, spira ne' tnrbini 
de V alpe il tuo cuor di leone 
incontro a' barbari ed a' tiranni. 

Splende il soaA'c tuo cuor nel cernie 
riso del mare del ciel de i liorìdi 
aiaifiri diffuso su le tombe 
e i marmi memori de gli eroi. 



Qui non sono reminiscenze, non sono |miil 
nomi Virgilio, Dante, Livio, clic parlano, espri- 
mono ammirando il loro pensiero. <^)ui il sen- 
timento del poeta è contenuto, e prontamente 
passa da imagine aimagine, illuniinandole senza 
turbarle come la scintilla elettrica da laiupadi 
a lampada. Pare egli non taccia altro che 
esporre ; ma chi invoca Garihaldi è la nuova 
liotìuf, chi lo chiama alle alti zze sono i secoli; 
chi lo esalta sono i maggiori >piriti di nostra 
gente. Ed e ritratto il vero carattere di Ga- 
ribaldi, tìero come leone e mite come fanciulla. 



— 89 — 

Anche egli, il Carducci, fu tìero nelle battaglie 
combattute per la verità e per V arte, e, nel- 
rintimità, di una bontà infinita. 

Xel 1882 Garibaldi moi-ì : il Carducci fu 
invitato a commemorarlo, e il suo discorso, 
che ebbe vera importanza politica — perchè 
collocatosi al di sopra di tutti i ])artiti, tutti 
li condannava ed esortava al pensiero della 
patria — è pieno di vera eloquenza e di ve- 
ra poesia. Xon è la prosa poetica dello Cha- 
teaubriand; ma poesia elevata, die scaturisce 
dal seno stesso delle cose. Il Carducci finiva 
imaginando quello , che i posteri avrebbero 
raccontato di Garibaldi: dal modo come si for- 
marono le vecchie epopee, trasse egli la visione 
fantastica del come si sarebbe formata V epo- 
l)ea di Garibaldi, e disse: 

Così narrerà la leggenda epica, la quale, come pro- 
duzione d'un popolo misto di varie civiltà, avrà ancbe 
la parte sua comica : se rispondente a qualche vero, 
non posso io giudicare. E seguirà, come una fiera pro- 
cella spazzasse via la piccola gente, e gli stranieri oc- 
cupassero anche una volta la penisola. Allora la gene- 
razione garibaldina discese alle rive del mare; e tese 
le braccia su le grandi acque , e gridava — Vieni, ri- 
torna, o duce, o liberatore, o dittatore. — Alle lunghe 
grida porse oreccliio l'eroe, e s' avviò al racquisto della 
terra natia. E poi che tro])i)o scarsa era oramai la sua 
generazione , ei fermo sul Campidoglio , levando alto 
la spada e battendo del piede hi terra, comandò a tutti 
i morti nelle sue battaglie risuscitassero. Fu allora clie 
suonò il canto delle moìtitndini : 



Si scoi>rou le tombe, si levano i morti, 
I martiri nostri son tutti risorti. 



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'Xi 



— 90 — 

E allora le rosse falangi corsero vittoriose la penisola; 
e Pltalia fu libera, libera tutta, per tutte le alpi', per 
tutte le isole, per tutto il suo mare. E Paquila romana 
tornò a distendere la larghezza delle ali fra il mare e 
il monte, e mise rauchi gridi di gioia innanzi alle navi 
clie veleggiavano franche il ]\[editerraneo per la terza 
volta italiano. 

Liberato e restituito negli anticlii diritti il popolo 
suo, conciliati i popoli d' intorno , formata hi pace la 
libertà la felicità , V eroe scom[)arve : dicono fosse as- 
sunto ai coneilii degli Dii della i)atria. Ma ogni giorno, 
il sole , quando si leva su le Alpi fra le nebbie del 
mattino fumanti e cade fra i vapori del crepuscolo, di- 
segna fra gii abeti e i larici una grande onderà , che 
ha rossa la veste e bionda la lunga capelliera errante 
sui venti e sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pa- 
store straniero guarda amnùrato, e dice ai tigliuoli : — 
È Peroe d'Italia che veglia sulle alpi della sua patria. 

L' ultima poesia del Cardueei, in cui è ce- 
lebrato r eroe, ò un ritorno a quel soggetto, 
che una vrdta e^li aveva soltanto toccato in 
una lunga composizione, la (juale — ra])1)ianio ve- 
duto — non è delle più degne di lui. iiitorna 
air evento più menu)ral)ile delle imprese di Cxa- 
baldi, alla partenza dei Mille dallo scoglio di 
Quarto il 5 maggio 1800. 



Breve uè V onda placida avanzasi 
striscia di sassi. Boschi di lauro 
fioudegtiiauo dietro spirau«lo 
efìrtuvi e uiuruiuri uè la sera. 



Davanti, larga, nitida, candida 
splende la luna : V astro di Veuere 
sorride presso e del suo 
palpito lucido tinge il cielo. 



01 



Anche qui abbiamo dipinto limpidissimo il 
paesaggio, sul quale risalterà la figura del ge- 
nerale : 



Al collo leonino avvidtosi 
il pnucio, la spada di Roma 
alto su r omero bilanciando 
stiè Garibaldi. 

Eicordate nella canzone Ifom/f o Morte di 
accenni vaghi ai giovani accorrenti alla chia- 
mata di Garibaldi ? Vedete qui i Mille: 

cheti A'cnivano 
a cincjue, a dieci, i>oi dileguavano 
drappelli oscuri ne l'ombra 
i mille vindici del destino. 

Qui io sento ben forte Fimpi-essione di ciò, 
che dovette essere quella misteriosa partenza. 
E vedete il verso E te lioma cercando o una 
tomba che cosa diventa. Dileguavano nelPombra 

come i)irati che a preda gissero: 
ed a te occulti givano, Italia, 
per te mendicando la morte, 
al cielo, al pelago, ai fratelli. 

Come pirati : i borbonici li chiamavano, in- 
fatti, filibustieri. Ricordo: nel maggio del 1860 
mio padre leggeva il Giornale Ufficiale del He- 
(/no delle due Sicilie , a voce commossa, ed io 
gli domandai : « Che significa filibustiere ? » 
Avevo sette anni , e tutto ho presente del- 
l' anno glorioso , tutto ; perciò , forse , V im- 
pressione di questi versi è in me più profonda. 
A te (jivano Italia , per te mendicando la 
morte ! E ben altrimenti determinato, preciso 



' 'I 



X 



— 92 — 

enerjxico clie non fosse U te Ixoma cercando 
€ ìUKf tomh({. Comune e inespressivo quel cer- 
cando, E notate : una tomlm è inias^ine , sì , 
ma logorata dal troppo lungo uso; hi morte è 
parola pro}>ria , ma ò la Aerità , serenamente 
guardata, iinimosamente atìrontata. 

Con questa ode, elie presenta, dirò così, un 
altro aspetto della statua, si chiude il cielo 
della i)oesia garibaldina del Carducci. 

Passiamo a Dante. 

Il Carducci cominciò a comj)orre versi gio- 
vanissimo; sin dal 1853 mostrava il desiderio 
di tempi migliori, e già la memoria di Dante 
lo isi>irava. Tengano i barbari, diceva; 

Friig-hin de gli avi ne le tombe sante 
Con le spiide ne' tìgli iiisaiigninate, 
E Ciilpestiu le sacre al venti» date 
Ossa di Dante. 

Deir anno seguente abbiamo una canzone 
non finita, assai lunga, tentativo d'assommare 
i tempi e le discordie comunali, la vita e le 
opere di Dante. Vi sono accenni a Montaperti, 
a Campaldino, alla ]\[eloria, e la figura del 
poeta è tratteggiata come se V inniginò la let- 
teratura politica del secolo XIX, alterando la 
storia per un nobile line, e facendo di lui il 
precursore della unità italiana. 

Nella vision mira 

Divin surse il poeta ; e disdegnando 

La triste Italia e per mancar d' obietto 

Pargoleggiante il gran vigor natio, 

Te salutò in disio 

Alma Italia novella 

Una d' armi di leggi e di favella. 



— 93 — 

Per gli studi posteriori, il Carducci dovette 
mutare opinione, e ai versi citati appose que- 
sta noticina: « Questo stava bene dirlo nel 1854- 
ma, che Dante pensasse all'unità d'Italia oooi' 
studniti un po' meglio i tempi, V uonn'> Til 
poema, non lo direi più né pure in un diti- 
rambo. Le son novelle che oramai bisogna la- 
sciarle a quei che sudano a lusingare il veltro » 

La canzone è più espositiva ed eloquente 
che veramente lirica. Altrove è anche un ac- 
cenno inesatto, dove disse: 

... Tra i memori 
Padri fronjerono d' assenso i giovini 
A V ira e a' carmi austeri 
Del gran padre Alighieri; 

alludendo alla lettura pubblica cominciata dal 
BoccaccK). Io non credo che i Fiorentini della 
hne del secolo XIV si sentissero nK)lto com- 
mossi dal patriottismo di Dante. Dante allora 
era stimato perchè poeta morale e teolooo: la 
sua vera grandezza civile, poetica ed artistica è 
stata capita solo dai moderni. 

Xella Croce di Savoia, che è del 1859, e' è 
nn' altra allusicme dello stesso genere: 

Qui (in Firenze) Aligliier nel sauto petto 
Accogliendo pria quel raggio 
Te nel triplice viaggio 
Nova Italia, ricercò : 



Tutto in faccia al gran concetto 
Gli fremeva il cor presago. 
E di Koma V alta iunnngì) 
Abbracciando, p(»etò. 



Dante certo ammirò e amò Boiua , ma la 



— 94 — 

Toleva sede delP iiiii)er(). TI pensiero di Danto 
è per gran parte niedioevale, e ben lo vide li 
Cardneei, i)iii tardi, studiando le opere e i toiìi])! 
di lui; e eoneliinse: i simboli di Dante e gl'i- 
deali politici non lian più valore; quel, clie resta, 
è r arte e V esempio. Da questo modo aiu- 
tato di pensare esce il sonetto a Dante, 

Sfogliavo non è molto una grossa raccolta 
di rime d' ogni sorta, sonetti, canzoni, cori, 
poemi composti tra il 1S60 e il 18()5, V anno 
del centenario dantesco: è tutto un vano alfan- 
uarsi e ansimare della prosa più arida, più fred- 
da, più incolore, che si possa imaginare, a strin- 
gersi e serrarsi nei lacci degli endecasillabi e 
dei settenari. Gli uni fanno a chi più la rim- 
piii/i di versi e di emistichi danteschi; gli al- 
tri, come la ranocchia della fav(da, si gontìano 
e gonfiano per chiamar V attenzione soi)ra la 
presenza della loro personcina ai piedi del co- 
losso. Che scossa provai, ad un tratto, rome 
air improvviso squiUo di una cornetta sopra il 
rumoreggiar basso e monotono di taniì)uri scor- 
dati, quando, al voltar d'una carta, lessi: 



Dante, onde avvieu clic i vóti o la favella 
Levo adorando al tnotìer sininhicro, 
E me su '1 verso ehc ti fé' già niacro 
La>»cia il sol, trova ancor l'alba novella ? 



Io non credo alle tue allegorie; ciò, che tu 
amavi, io non l'amo; la Chiesa, contro cui tanfo 
ti sdegnasti, V Impero, che avresti voluto pun- 
tellare e ricostituire, sono caduti, finiti per 
sempre. 



— 95 — 

Per ni-.' Lucia non p^-eoa e non la bella 
Matelda aiìpre.sta il salutar lavacro, 
E Beatrice con l'amante sacro 
In vano sale a Dio di stella in stella. 

Odio il tuo santo impero ; e la corona 
Divelto con Li spada avrei di testa 
Al tuo buon Federico in vai d' Olona. 

Son chiesa e impero una mina mesta 
Cui sorvola il tuo canto e al ciel risona. 

Perchè, dunque, non mi stanco di leggerti, 
benché la tua fede non sia la mia, benché io 
pensi ben diversamente da te ? Mi avvince la 
divina tua poesia, la tua arte stupenda: 

Muor Giove, e l'inno del poeta resta. 

Il più l)el commento a questo verso cer- 
chiamolo alla fine del discorso L' Opera di 
iJante : 



Tale nel crepuscolo estremo del medio evo o nel 
crepuscolo mattutino del rinascimento esce Dante Ali- 
gliieri, primo poeta personale, e già ])otentissimo, come 
più verun altro. E a pena uscito ricongiunge la dottrina 
all'arte, e Parte al sentimento, e Parte antica nel sen- 
timento suo e popolare rinfresca e tramanda vitalmente 
nuova. E tutto quello che piti eccelso e nobile e umano 
nella poesia delle genti è in lui; ma egli ha certi suoi 
tocchi che nessuno ebbe prima ne ha poi avuto. E 
eanta le più alte cose della vita , i più alti pensieri 
degli uomini, i più alti segreti delle anime, e non del- 
P anima sua, e non di queste e quelle anime, ma di 
tutte le anime; e li canta così profondamente, così sin- 
ceramente, così superiormente, che, quando del suo mi- 
stico prodigioso canto Paura sacerdotale è vanita, la 
significazione dottrinale è venuta meno , rimane mera- 
vigliosa e insuperabile al mondo la poesia civile ed 



— 96 — 

umana; e il nome del poeta divino di nostra ^ente vola 
e s'infutnra nei secoli, come la gloria del Campidoglio 
e il nome di E orna. 



Di (jTiesto iinovo modo di condii derare Diiiite — 
dal (juale esee anche ini altro sonetto Danti., 
il vieiìt mio (/rande — ci dà ragione un passo 
della i)refazione alle Poesie, Tra uli studi nelle 
biblioteche fiorentine, vi racconta il Carducci, 
gli guizzava lampeggiante la strofa satanica. 

La imagine di Dante parca guardare dall'alto, acci- 
gliata e in ritto crnccioso, e niormoiare: — Oh istoltis- 
sime e vilissime bestinole che prosumete — con qnel 
che ^egue nel trattato IV capitolo A^ del Convito. Una 
volta {Io non so .v'/o mi fui qui troppo folle) par gli ri- 
sposi: Padre e maestro, perchè traeste voi la scienza 
dal chiostro in piazza, di latino in volgare f Perchè la- 
nciaste calar i'nrioso il \ento dell'ira vostra sn le i>iiì 
alte cime pontiiicie e monarchiche f Voi primo, o grande 
accasator pubblico del medio evo , voi i)rimo^ o poeta 
divino nel cui nome nìi esalto, voi deste primo il se- 
gnale alla riscossa del pensiero : che i)oi lo abbitite 
dato sonando a stoimo da un campanile di cattedrale 
gotica^ ciò poco importa. 

Questo coHoquio ci riconduce ali* interroga- 
zione del sonetto, che abbiamo letto, e ce ne 
fa intendere V isinrazione. Notiamo anche la 
brusca vivacità della mossa; i sentimenti del 
poeta moderno n.on solo francamente profes- 
sati, ma opposti agli amori e air utoi)ia di 
Dante, in forte antitesi. L'ultimo verso giunge 
inaspettato, e fa colpo: alla prima impressione 
pare oscuro; ma si svela subito d(>i)o chiaris- 
simo, pieno di senso in forma imai>inosa ettì- 



— 97 — 

cacissima. Xon è il contenuto quello, che fa 
immortale la poesia; è V arte. 

Xelle poesie del periodo delle tempeste, co- 
minciato dopo Aspromonte, Dante ricorre spes- 
so; ma ò introdotto a incarnare le idee del 
poeta o dar loro risalto. In tre sonetti scritti 
tra il '05 e il '66, quando si trasportò la ca- 
pitale da Torino a Firenze, il poeta narra di 
aver veduto Dante uscire dalla tomba di Ka- 
venna: 

Io '1 villi. SaU' avello iscovcrcliiato 
Erto 1' imperiai vate levosse : 
Allor la snai marina Adria commosse, 
E tremò dell' Italia il manco lato. 

Dalle altre tombe sorgono guerrieri, tìlosolì 
e pensatori: 

— Ahi, serva Italia, ili dolore ostello I 
Ancor la lupa t' impedisce, e doma 
Gli spirti tuoi domestico tlagello. 

Mal rechi a 1' Arno la mal carca soma : 
Nou questo è il nido del latino augello : 
Su, ribelli e spergiuri, a Koma, a Roma. 

È un grido che ricorda quello del C(( ira; 
« O popolo di Francia, aiuta, aiuta ! » 
Vanno i tilosoti verso Roma. 



Quid che avvenne, non so: ma tosto, io spero, 
Kiiìorita d' onor su le ruine 
Roma libera tia da 1' adultero. 



Questa tendenza del Carducci a giovarsi 
delle reminiscenze dantesche e della iii>ura 
stessa di Dante per dar rilievo alle sue idee, 



H * 



— os- 
ai suoi sentimenti, ai fatti, a cni assiste sde- 
gnato, spicca nel Jlcminis^w Jiornt: 

E Dante Alighieri vestito dii zanni 
Laggiù in Santa Croce Iacea '1 cicerou, 
Diceva — Signori, badatevi a' i>anni , 
Entrate, signori : voi siete i piulron. 

Che importa se l'onta più, meno, ci frutti ? 

10 sono i)oeta, ne so mercantar. 

11 ghetto <1' Italia dischinso e per tutti. 
xVl popol d' Italia chi un calcio vuol dar Ì 

Dante vestito da zanni! Dante clic fa il ci- 
cerone ! Questa è invenzione tei'ril)ile. Dalla 
stessa tendenza e is])irato un altro sonetto, in 
cui il Carducci rivolge il discorso a quel Gante 
dei Gabrielli, che era podestà di Firenze quan- 
do Dante fu condannato; ma (jui il sarcasmo 
rovente cede il posto air ironia. 

Molto mi meraviglio, o messcr Caute, 
Podestà venerando e cavaliero, 
Non A'' abbia Italia ancor piantato intiero 
In marmo di Carrara e dritto stante, 

Sur una piazza, ove al bel «'elfo austero 
Vostro passeggi il popolo davaute, 

])rimo, o solo ispirator di Dante, 
Quando ladro il dannaste e barattiero. 

1 ceppi per a lui la man tagliare 
Voi teuevatt^ presti : ci ne P inferno 
Scaujpò, gloria e vendetta a ricercare. 

Spougon or birri e frati il suo «luach-rno, 
E ({Uel povero veltro ha un l)el da fare 
A cacciar per la chiesa e pe '1 governo. 

La punta non è diretta contro messer Gante, 
ma contro gli spositori— aliimè, birri e frati— 
che spropositavano, volendo guardare il sacro 



— 99 — 

poema attraverso i loro preconcetti. « Beatrice 
vestita dei tre colori — ha ricordato il Gar- 
ducci — e le vecchie pulzelle inglesi leggenti 
con gli occhi fermi il quinto del Purgdtorio 
mentre V eloquenza del professore anelava die- 
tro il veltro furon troppo lieto argomento di 
riso alla nostra gioventù. » 

Questo periodo deir attività poetica del Gar- 
ducci si chiude in certo modo con la prefa- 
zione alle Nuove Poesie, che è quella bella 
apostrofe al cavallo, in cui sono due allusioni 
dantesche, due tocchi vigorosi. Dice egli al 
cavallo: 



Ricordi Populonia, e Eoselle, e la lìera 
Torre di Donoratico a la cui porta nera 

Conte Ugolin ìuissò 
Con lo scudo e con 1' aquile a la Meloria infrante, 
n grand' elmo toglieujlosi da la fronte che Dante 

Ne V inferno ammirò f 

Quel (friniiVelmo, quella fronte ammirata nel- 
r inferno si scolpiscono nella memoria. E in 
un altro punto, al cavallo, che ò quello della 
poesia e della gloria, soggiunge : 

K tu pascevi, o alivolo corridore, la biada 
Che ne' solchi de i secoli aperti con la spada 

Dal console roman. 
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava ; 
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava, 

Comune italian... 

Etrusco pontefice redivivo h, più che una de- 
finizione, una pennellata da maestro. 

Segue una serie non breve di ricordi dante- 
schi obbiettivi, limpidi, come porta la natura 



'■ 



— 100 — 

stessa di queste poesie, nelle Odi harharc Que- 
ste ei»li eompoiie sereiiaiueute, e i rieordi sono 
rieliiamati da ra})ide associazioni di idee. Giova 
non dimenticare che, mentre egli metteva fuori 
le prime odi, che tante questioni suscitarono, 
volle atfermare che non intendeva abbandonare 
la rima, e dell'uso di essa nelle letterature 
ronnmze tracciò })oeticamente la storia; e, ac- 
cennando al poema diintesco, scrisse: 

Toma, torna ; ad altri lidi 
Altri inviti 

Ti fa Dante aust-ero e ]tio : 
Ei con te scende all' iniorno 
• ET eterno 

Monte giva e vola a Dio. 

Ecco la fornni scultoria: i tre regni dante- 
sclìi in tre soli versi; e come snelli, e come 
brevi ! 

Un ricordo della Vita nuova magnificamente 
svilui)pato, è neir ode Li una chiesa f/otica. 
Anche Dante, egli dice, andava alla chiesa per 
guardarvi Beatrice: 



E Dante ascendere tra inni d' angeli 
la tósca vergine traslìgurantesi 
vedea, sentiasi sotto i i>iè rnggere 
rossi d' inferno i baratri. 



Le reminiscenze delle opere di Dante gii si 
aftacciano così altre volte, spontanee, dai" luo- 
ghi, che vede, dai fatti, che si svolgono in- 
torno a lui. Una volta, andando per la Ma- 
remma , e vedendo degli alberi contorti e 



— 101 — 

strani , gli tornò a mente la selva infernale 
dei suicidi e Pier della Vigna. 

Calvi, nggrondati, ricurvi, sì come becchini a la fossa 
Stau radi alberi in cerchio della sucida riva. 


Ed ecco a paco a poc^o la selva infoscasi orrenda, 
La selva, o Dante, d' alberi e di spiriti, 

Dove tra piante strane tu strane ascoltasti qnerele. 
Dove troncasti il i)runo ch'era Pier della Vigna. 

Una ricordanza i)iù lieta si trova nell' ode 
Alla Bef/ina, quella di un fatto avvenuto nel 1283; 
nel quale anno Dante rivide e amò Beatrice, 
e, raccontano i cronisti, si fece in Firenze una 
lieta In-igata di mille e più vestiti di robe 
bianche con un si(jnore delV amore, « andando 
per la terra con trombe e diversi stormenti in 
gioia e allegrezza. » 



Il trionfo 
d' Amor già tra le case merlate, 

in su le i:>iazze liete di candidi 
marmi, di lìori, di sole; e « O nuvola 
che in ombra d' amore trapassi — 
F Alighieri cantava — sorridi I » 



Quest' ultima è allusione a un sonetto di 
Dante , che nelle edizioni comuni comincia : 
Deh nuvoletta che in ombra d' amore, ]\Ia pare 
si debba sostituire a nuvoletta il nome proprio 
di una donna. 

L' ode bellissima Sirmione si chiude con l'ap- 
parizione di Dante su la torre Scalic^era : 



- 102 — 

Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s' aft'actia 

su la torre Scaligt^ra. 
— Suso in Italia bella — sorridendo ei nioniiora, e guarda 

r acque la terra e 1' aere. 

Dante, come oi^rinmo di voi sa, uqìV Inferno 

1 • ' « 

na messo in bocca a Virgilio la descrizione 
del lago di Garda, che comincia appnnto con 
le parole: « Suso in Italia bella. » 

]S"eir ode Ze due torri, il Carducci fa dire 
dalFAsinella alla Garisenda: 

Dante vid' io levar le giovine fronte a guardarci, 
e, come su noi passano le nuvole, 
vidi su lui passar fantasmi ed intorno 
premergli tutti i secoli d' Italia. 

Bisogna a questo proposito ricordare non 
solo la similitudine ìIqW Inferno: 

Qual pare a riguardar la Garisenda 

Sotto il chinato quando un nuvol vada 
Sopr' essa sì che eUa incontro penda; 

ma anclie un sonetto, che Dante comp(Kse in 
Bologna, quando la Garisenda fu liberata dalle 
casette, che In circondavano, e che il Carducci 
trasse da un nu'iiioriale notarile del 1287. 

Così liLJie odi barbare abbiamo veduto Dan le 
apparire nella sua realtà storica; ma, per dirla 
col |M>eta, trasvolando via. L'ultima volta, ac- 
cettaiulu una sui>posizione non inverosimile di 
Aurelio Saffi, egli collocò Dante intero, corpo 
e spirito, vivente, nella chiesa di T ^Ic^nta. Il 
Saffi, volendo incorare il consiglio l)ro^illciale 
di Forlì a votare un sussidio ]^er il restauro 



— 103 — 

della vecchia chiesa, aveva domandato: — «Quale 
italiano non vorrà conservata e onorata una 
chiesa dove Dante pregò ? » Il Carducci critico 
non può accettare ad occhi chiusi la notizia : 

Forse qui Dante inginocchiossi f... 

Ma da quella nuda asserzione — « dove Dante 
2)re(/ò » — la sua fantasia è mossa a vedere co- 
me presente la persona di Dante, e ritrarla in 
atto; e insieme a penetrare nelP anima di lui 
e sorprendervi la commozione del luogo, del- 
l' ora, della salmodia de' sacerdoti: 



L' alta 
fronte che Dio mirò da presso chiusa 
entro le palme, ei lacrimava il suo 

bel San Giovanni ; 

e folgorante il sol rompea da' vasti 
boschi su '1 mar. Del profugo a la mente 
ospiti batton lucidi fantasmi 

del 2)aradiso : 

mentre, dal giro de' brevi archi 1' ala 
candida schiusa verso 1' oriente, 
giubila il salmo /// ejritii cantando 

larael de Aegypto. 

Il SUO bel San Giovanni e il canto del salmo 
In cxitu sono particolari danteschi, i quali acqui- 
stano nuovo significato in una figurazione tutta 
nuova, di getto, con forte rilievo di chiaroscuri 
nella severa semplicità delle linee. Dante, il for- 
tissimo uomo, il quale piange in segreto ripen- 
sando il suo battistero, mentre il sole illumina 
lietamente le colline boscose e, in fondo, il 
mare, è spettacolo che stringe il cuore; ma i 



1 



— 104 — 

ìueidi f<(nf(i,smi del Faradiso^ i fantasmi, clic 
e<ili ha creati, vengono a consolarlo, risuscitati 
air interna visione dalle parole e dalla musica 
solenne di quel salmo, che nel suo poema can- 
tano già le anime sicure di « salire al monte » 
e dal monte all'Empireo, alla beatitudine, alla 
gloria eterna. Xon un riempitivo in (juestc tre 
strofe, non una parola inutile: tutto ha senso, 
e perciò tutto si ripercote neirimagi nazione no- 
stra con tanta efficacia, che ciò, che il poeta 
accenna soltanto, essa allan>a, ingrandisce, de- 
termina. 

Un'altra poesia, di poco anteriore, aveva 
cantato ])ante, vorrei dire, dantescamente per 
la sostanza e per la forma, perchè lo rapi>re- 
senta che, non appena morto , chiede a gran 
A'oce, con piena coscienza del proprio valore e 
della grande opera compiuta, gli si apni la 
porta del Purgatorio. 

— Aprite, disse — Coscienza porta 
n mio volere, e tra i sii])»!-!)! io vei^iio, 
Ben the la stanza mia (jui sarà corta. 

E passerò nel benedetto regno 
A riveder le note forme sante, 
Che Dio e il canto mio me ne fa degno. 

Spira davvero lo spirito di Dante, in tutto 
ciò, che dice in questi terzetti, e nel modo co- 
me lo dice. 

E come abbiamo veduto Cxaribaldi tigurato 
quasi un nume indigete della patria, così ve- 
diamo qui Dante, per volere di Dio, posto a 
guardare le Alpi. 



— 105 — 

Così di tempi e genti in vario assalto 
Dante si sj^azia da ben cinquecento 
Anni de V Alpi su '1 tremendo spalto ; 

Ed or s' e fermo, o par che aspetti, a Trento. 

Garibaldi e Dante , nella continua ascen- 
sione de' concepimenti del poeta, finiscono col 
trasformarsi, col divenire geni protettori della 
patria. E tali rimarranno, per virtù delP arte 
sua, nel pensiero e nel cuore degP Italiani. 



8 



COX8EEYAZTOXE E TXXOYAZIOXE 
X^ELL' OPERA DI GIOSUÈ CARDUCCI 



Commemorazione tenuta il 21 aprilo nel teatro Bellini, per incarico 
(Iella K. Università. 



Sìfjnore e Sifjnori , 



L' iìliLstre Eettore dispose eli e CxiGsiie Ciir- 
dueei fosse comiueniorato soleiiiìernente dalla 
nostra Università nelP annuale del natale di 
Eonia, e gli onorandi eolleyhi della Facoltà di 
Lettere vollero commettere a me il no])ile e 
diflficile incarico. Pensando clie avrei parlato di 
lui innanzi a voi, colleglli, avvezzi a spaziare 
nelle alte e pure regioni delle idee ; innanzi 
a voi, giovani studiosi, che sareste venuti qui, 
non per battere le mani a un « oratore tìo- 



rito » — clie non 



sono 



, ne vorrei essere — ; 



ma a sentire di lui qualche cosa, forse, che 
non fosse stata già detta , qualche cosa , die 
meglio illuminasse e confermasse in voi la co- 
scienza della sua grandezza ; e pensando che 
fosse giunto il tempo di far seguire airelfusioue 
del dolore il raccoglimento della meditazione; 
mi proposi di mostrarvi quale fu lo spirito 
animatore dell'opera sua nella scuola, nella storia 
letteraria, nella critica e nelF arte. 

Ma, prima, mi è grato esprimere un sentimento, 
che la vista di tanti giovani concordi nella ri- 
verenza e neir ammirazione alFultiino grande 



— 110 — 

poeta (ritalia, ha destato in me. Pare a me, e 
ne godo, che essi, nel c<miune rimpianto, pa- 
ghino nn partieohir debito di gratitndine; per- 
chè , forse , dalhi penna di quel potentissimo 
scrittore non uscì mai pagiiìn cfì^ì cahhi di af- 
fetto e così grondante di higrime come quelhi, 
che gli fu ispirata dalla morte di un giovine 
napoletano, caduto combattendo por In Fi-ancia 
con Garibakli. 



Tu non Io leogerai, o llor gentile della o-ioventù na- 
politana e speranza iV Italia , o G-iorgio Iinbriani. Tu 
non lo leggerai questo libro, del quale alcune parti ti 
erano care , e le ridicevi agli amici nelle notti serene 
prodotte in fidi colloqui, le ridicevi ai compagni d'arme 
nelle fredde notti vegliate di contro al nemico. Kè io 
udrò più la tua parola sgorgare frequente nelP amoi-e 
di tutto che è bello e grande e puro, ne vedrò gli occhi 
scintillanti cheil fuoco di quella accompagnavano con 
lo splendore dell'anima, ne la fronte su cui pareva sfu- 
mare V ombra d' una tristezza interiore. Egli aveva la 
fede d'un martire, l'amore e l'odio di un apostolo, l'im- 
peto e la concitazione di un tribuno; e con tutto ciò 
una gentilezza decorosa come di cavaliere, una aspira- 
zione alle fantasie meste e soavi come di trovatore, una 
dolcezza e bontà di fanciulla. 

LMmagine cara e venerata di Giorgio Im- 
briani — nel quale degnamente ii Carducci vide 
impersonate le più elette e più sini])atic]ie qua- 
lità della gioventù meridi<male — mi lichiamn 
agli anni tra il r^S e il '70. Quatto cammino 
abbiamo percorso ! La poesia del Carducci, vi- 
i ile, arditissima, tutta materiata e vibrante di 
odio dA passato triste, di sdegno .lo] in-esente 
fiacco, di « amore della nobile natura da cui la 



— Ili — 

solitaria oppressione semitica aveva sì a lungo <j 
con sì feroce dissidio alienato lo spirito del- 
l'uomo », stentava a tarsi largo in Italia, spe- 
cialmente nel Mezzogiorno. Pur allora il mag- 
gior poeta della seconda generazione roman- 
tica , Giovanni Prati, aveva mandato fuori lo 
Armando , diagnosi della malattia , che aveva 
roso quella generazione, e testimonianza della 
malattia, che in lui rodeva tuttora la poesia 
italiana : pur allora, dalla parte moderata, era 
salutato poeta della nuova Italia Tabate Zanella, 
il cantore della riconciliazione della scienza 
con la fede, del trono con l'altare. A Xapoli, 
i canti dell' Aleardi facevan da Galeotto : i 
giovinetti innamorati promettevano alle fan- 
ciulle di abbeverarle cogliendo pei solchi 

L'onda del ciel nel calice de' tiori, 

e le fanciulle sognavano « un giovinetto Pal- 
lido e bello, con la chioma d'oro. Con la pu- 
l)illa del color del mare , Con un viso gentil 
da sventurato». In provincia, gli uomini fatti 
declamavano a gran voce : « Signore ! i tuoi cle- 
menti occhi declina Su le ripe Lucane»; i vecchi 
insegnavano ai fanciulli : « Quand'io nacqui mi 
disse una voce: Tu sei nato a portar la tua 
croce». Fu allora che, in un giornale scritto 
a ^N^apcdi da giovani animosi (1), io, adolescente, 
lessi la prima volta il nome e alcuni versi del 
Carducci, che mi si stamparono nella memoria : 



Salute o Satana 
O ribellione !... 



— 112 — 

Ma proprio allora Francesco de Sanctis augurò 
e salutò nella « riabilitazione tlel lavoro e del- 
l' azione » , nel « sentimento vivo e presente 
della bella natura e della storia » , nella « co- 
scienza della gioventù, della forza, della fede 
operosa, nelFentusiasino e quasi tripudio di una 
vita rigogliosa», nella «fresca onda d'ini])res- 
sioni giovani e i)ure», la 3Iiisa nuova. « clie 
avrebbe sgombrato da se « il mondo fo.sco e 
va.poroso di spettri, di visioni , di simboli di 
contemplazioni » (2). Così , dolce a ricordare, 
1 arte del Carducci, era da un napoletano in- 
tuita, deiinita, annunziata; la rinnovata arte 
Italiana, che non è ricorso letterario al pas- 
sato, bensì ritorno, per la via maesti-a delia 
più gloriosa storia nostra, al « santo ideale della 
vita», con piena coscienza del presente e fer- 
vida aspirazione al migliore avvenire della pa- 
tria e deirumanità. Quanto cammino abbiamo 
percorso ! Qnesta 31usa noi vogliamo ogei so- 
lennemente, devotamente, onorare; questa li- 
sposta diamo a coloro, che, nell' arte del Car- 
ducci, hanno scoperto e deploratola mancanza 
dell ideale; — s'intende, del loro, di quello a 
punto, cheegli combattè, al quale, come Iti'liani 
e come uomini civili, abbiamo il dovere e il 
diritto d' impedir che si rilevi a danno del- 
1 Italia e della civiltà. Xo , non è morto con 
lui ,1 .suo concetto magnanimo; splende ccuue 
taro agli animi nostri il suo presagii», o Eoma ! 

liceo, a te questa, ehe tn <li liliere 
genti facesti nome uno, itali,!, 
ritorna, e s'alibraecia al tuo l'ietto, 
.•»m8.a a' tuoi d'afjuila occhi. 



- 113 — 

E tu (la '1 colle fatai pe '1 tacito 
Fòro le braccia porgi niarmoiee, 
a la ti glia liberatrice 
additaudo le colonne e gli ardii : 

gli archi che nuovi trionfi aspettano 
non pili di regi, non piìi di cesari, 
non i>iìi di catene attorcenti 
braccia umane su gli eburnei carri; 

ma il tuo trionfo, ])opol d' Italia, 
su Petà nera, su Petà barbara, 
su i mostri oinle tu cou seren;i 
giustizia farai franche le genti. 

O Italia, o Roma ! (piel giorno, placido 
toneià il ciclo su "1 Fò]"o, e cantici 
di gloria, di gloria, di gloria 
correrà n per l'infinito azzurro. 

La natura aveva dato a Cliosiie Carducci 
« forti nervi e muscoli », iiige,i>Ti<> vivido, aperto 
aireutusiasmo per ogni idea nobile, indole pron- 
tissima allo sdegno, alla « rabbia » contro tutto 
ciò, cli'ò vile ed abietto; la Maremma aveva ser- 
bato « gentile ed intero nel sano petto il core » ; 
ma la fortuna aveva negato gli agi della vita: 
quando suo padre mori, gli lasciò « per tutta 
eredità dieci paoli » . Pure, non si perde in 
querele sterili, non fantasticò, non sognò, e, 
a soli diciotto anni, si sottopose di gran cuore 
alla disciplina degli « studi forti » . A soli di- 
ciotto anni, egli non si cullava nelP ammira- 
zione fatua de' primi suoi versi, anzi li con- 
dannava come « pazzi e frugonici » ; faceva 
prop(uiimento di non scriver mai più poesia, 
— « la prosa deve essere il solo mio campo »! — 
e già spingeva lo sguardo lontano, a dopo la 
laurea : « Mi restano anche altri tre anni , in 
cui dovrò faticare come un cane, perchè le fa- 



— 114 — 

tichc a cui siamo sottoposti nella scuola nor- 
male, sono immensurabili. E i)oi,^>e>' saziare que- 
sta^ sete & ho nel eore, mi resta tutta la vita, 
cosi clie m' accorgo sarà brevissima, da eonsu- 
marsi in studi severi » (3). 

A diciannove aniii, si vergognava di cantare 
d' amore mentre la patria giaceva oppressa : 

Kisorcrerem poeti allor clie .sia 
Scosso il torpore senza fine amaro, 
E lii patria virtù musa ne tia. 

A ventidue, i)er un momento la vita gli pa- 
reva peso insopportabile a chi non brama se 
non virtù e libertà; ma subito si riscosse e si 
rampognò : 

Spettacol degno 
Dei numi e di sublimi animi, noni forte 
Pugnar più sempre quanto più constretto. 

E ^1 fato lui d'ogn'ira sua far segno, 
E lui sotìrire ed aspettar la morte 
Pur contro il mondo e contro i fati eretto. 

A ventisei, già professore neir Università di 
Bologna, per liberarsi — ha detto egli — da ogni 
tentazione di poesia; ma più veramente per 
rendersi meglio degno dell' ufiizio, e per pro- 
vare se durasse « quelhi che i più credono o 
ehiamaiìo troppo facilmente ispirazione»,— 
provarhi facendola «passare per il travadio 
delle fredde ricerche e tra il lavoro dei>r istru- 
menti critici»— si cliiust nelle biblioteche, 
dove prese « un bagno freddo di tiloloo-iu e si 
ravvolse nel lenzuolo deir erudizione », affrontò 
la i)()lvere e respirò « l' aere icrave de^li ar- 
eluvi » . 



— 115 — 

Questo dominio di sé, questo diriger tutte le 
energie native ed acquisite a un solo altissimo 
scopo, impronta di mirabile unità la vita e 
V opera del Carducci. Unità, non immobilità. 
Tra il '59 e il '61, egli aveva già innanzi alla 
mente chiaro e preciso il programma, del (|uale 
sarebbe stata svolgimento ed efìcttuazione tutta 
r attività sua posteriore, e che si riassume in 
tre parole : restaurare^ conservare ed innovare. 



Restaurare si può con riacquisto d'idee e di forme; 
e conservare con decoro di riccliezza; e innovare, con 
A'antaggio d' aumento. Ma si restauri quello solo eli' è 
acconcio di ciò , e temperando : ma si conservi quello 
che è degnamente utile , e riformando : ma s' innovi 
dov'è necessario, e ben meditando il presente, e riguar- 
dando al passato , adeguatamente all' indole della na- 
zione. E queste operazioni non sieno ciascuna principio 
e line a se stessa , non procedano separate V una dal- 
l'altra. 

Prima riformò e innovò nell' educazione 
delhi sua mente. 

Il Guerrazzi, lette le prime poesie di lui , 
aveva detto : « Di questo giovane spero bene, 
solo clie si spedantizzi o spedantisca, come si 
voglia dire » (4). Xon solo egli si spedanti; non 
solo alla sua cultura letteraria dette amplissi- 
mo e saldissimo fondamento di studi storici; 
ma V arricchì e rinfrescò imparando le lingue 
e studiando le letterature straniere. Perciò egli 
che, nel '53, dantescamente imprecava alle «vi- 
lissime bestiuole italiane » colpevoli di leggere 
e di ammirare Inglesi e Tedeschi, gridava col 
Giusti di sentirsi « paesano paesano » e ne andava 



\ 



— 116 — 

superbo, ardeva di bile « contro ogni ideoloeishi 
Ktraniereggiante » ; egli, dico, pochi anni dopo, 
ragionava pacatamente e rettamente del Bvron, 
dello Scott, dello Sterne, e giudicava difetto 
del Giusti elle « rado o non mai » avesse al- 
largato le «ali oltre il contine delle Alpi». 
Poi, «perchè noi siamo e vogliamo essere 
moderni », riconobbe, ammonì non ])oter il cri- 
tico ignorare la letteratura francese: dovere del- 
inglese e della tedesca conoscere almeno una, 
« un po' più in là della superficie » ; tradusse 
in prosa e in versi dal Voltaire, dallo Schil- 
ler , dal Platen, dal Heine, dal Klopstock ; 
diciiiarò la mente e illustrò V arte di .V. 
Heine, di Y. Hugo, dello Shelley. O « Escliibi 
rinato sulle rive dell' Avon», «Cxaglielmo re 
dei ])oeti dall'ardua fronte serena»; o Yit- 
^^^y Hugo, nel cui gran cuore «l'anima in- 
finita di Francia s'accolse per i secoli a volo » ; 
e tu Shelley, « spirito di titano entro vergi- 
nee forme, poeta del liberato mondo » ; e tu 
Heine , che, « sotto il vento dei tuoi cantici 
facesti piegar croscianti le selve delle vecchie 
cattedrali», e rintoccare «a morto ogni cam- 
pana », e sin Carlo Magno avvolgersi « tremando 
nel lenzuolo sei)olcrale » ; come vi ammirò, quan- 
to vi amò, quali mimumenti nelle sue strofe 
vi eresse quegli, che, un tempo, preferiva i Ro- 
mani in parrucca canticchianti le ariette del 
buon Metastasio, ai Romani veri del Julius 
Cacsar, lamentava cruccioso la fui>'a di Apol- 
line greco innanzi agli Dei germanici, si sde- 



— 117 — 

gnava che hi musa, agritaliani, sonasse dalle Alpi 
tedesche ! 

Conservare riformando , restaurare tempe- 
rando, innovare scegliendo e correggendo fu, 
nella scuola, il suo lavoro quotidiano. Lo disse 
agli scolari nel primo giubileo di magistero. 

Accettando dalla scienza e dalla dottrina moderna 
tutto ciò clic queste due grandi forze mi danno , ho 
cercato di levarmi alPidealita di conservare in voi, dì 
alimentare in voi e dissotterrare in voi le grandi tradi- 
zioni nazionali , delle quali un maestro di lettere ita- 
liane deve essere difensore e custode. Quell'unità, quella 
libertà che i nostri padri e fratelli gloriosi conquista- 
rono con tanto sangue generoso sparso sulla terra della 
penisola sacra, dobbiiimo (Muiservare, difendere, propu- 
gnare noi maestri nella regione dello si)irito. 

Espressi(me del genio nazionale sono la lingua 
e la letteratura , che insegnò dalla cattedra 
con la dottrina e c(m 1' arte di maestro sommo; 
e volle direttamente studiate dagli scolari con 
assiduità e con pazienza su le opere degli scrit- 
tori. Una lettera da lui diretta a un disce[)olo, 
(juando questi già insegnava in una scuola se- 
condaria, e aveva dato segni non dubbi d' in- 
gegno agile e di cultura soda, vi mostri insieme 
la SCA erità de' suoi criteri didattici, la cura, 
che metteva all' educazione morale de' giovani, 
e r affetto, col quale li accompagnava nei primi 
passi, che davano nella difficile via dell'inse- 
gnamento. Il discepolo si doleva di aver do- 
vuto interrompere delle ricerche felicemente 
cominciate, di trovarsi lontano da un grande 



arMi'BìTTfr^rt-a 



— 118 — 

eentro di studi, relegato in una piecola eittà, 
senza libri; e il maestro : 

Che che EUa ne i)ensi o dica , ho caro che sia costi. 
:N'oii perda (scusi) il tempo a lamentarsi e a tanrasti- 
care. In Macerata non ci saranno le biblioteche che in 
Firenze e in Boloona. Ma studiare bene — storicamente 
e filolooicamente — i classici si può anclie in Macerata. 
Scelga j studi da capo a fondo, per tutti i versi, s'in- 
tende anzi tutto , per la lingua. l>onga codesto solidi) 
fondamento all' edilizio che verrà su. Cotesta è P età 
E non intermetta l'esercizio di scrivere. In gioventù' 
bisogna scrivere molto: per sé, tanto meglio, e a poco 
a poco anclie per gli altri. Ella non può subito esser 
giudice di se stesso scrittore; ma un po^ per volta sen- 
tirà di far meglio e ci avrà piacere. Legga, Iei>ga bene 
1 grandi prosatori ; e scriva , mi racconmndo.^ Lo stu- 
dio delle cose e dei fatti e delle idee non glie lo rac- 
comando: s'intende da sé. Ella ha ingegno, facoltà, at- 
titudini. Ella ha (e la serberà sempre) la religione del- 
l'arte e della verità, che é il sentimento della sublime 
dignità umana, la religione dell'ideale umano, in somma. 
Compia sé stesso. Ho caro che sia in Macerata. Studi 
bene durante l'anno scolastico i classici. Comincio bene 
l'anno scrivendo a Lei giovine, su M (niale. e su due 
o tre altri, ho raccolto tutto l'amore clie mi rimane 
neiranimo p.oco consolato; ed è pure molto. Mi voglia 
bene, perseverando nel bene anche a costo di aver male. 
Che imi erta f Ma insomma il fermo carattere è anche 
guarentigia di riuscita buona. La benedico come se fo^^e 
mio figlio (5). 

Attendano i giovani vnlorosi, die mi ascol- 
tano, e riflettano: qucoli, al quale fu diretta la 
lettera, era ingegnoso e colto, era uscito uaiki 
Università con due lauree, aveva Ixiì venti- 
cinque anni, era nw professore ; ciyimnì ijrìo^ne 
Carducci non stimava inutile di raccoinuiidaiiili 



— 119 — 

d' imporgli V esercizio quotidiano del leggere ì 
classici e dello scrivere. Per se prima ; per gli 
altri a j^oco a poco : la fretta dello stampare, 
ne' giovani, lo sdegnava; e una volta pensò un 
suo severo disegno di legge per la istruzione 
classica: « Articolo 30) quel professore di lette- 
ratura un cui alunno dia a stampare versi o 
l)rose prima del pieno discorrimento di almeno 
tre anni dall' esame di licenza e di baccellie- 
rato, sia destituito — Articolo 31) quel professore 
un cui alunno dia a stampare versi o prose 
essendo ancora inscritto alla scuola, sia passato 
per le verghe ». 

Le energie giovanili voglion essere secondate; 
ma hanno bisogno della disciplina del tirocinio 
per temprarsi ed atììnarsi ; e disciplinare Tin- 
gegno è anche formare ed elevare il carattere. 

A questo line egli reputava le ricerche sto- 
riche più adatte dalla critica letteraria^ e lo 
aifermò in una pagina eloquentissima. 

Provate o giovani gli studi severi; sentirete il disin- 
teressato conforto dello scoprire un fatto o un monu- 
mento ancor nuovo della nostra storia, una legge o una 
forma incognita della nostra arte, di quanto avanzi le 
misere e maligne soddisfazioni d'una troi)po facile dia- 
gnosi intin'uo a un romanzo nato male o a una mana- 
tella di versi scrofolosi. Entrate nelle biblioteche e negli 
archivi d' Italia, tanto frugati dagli stranieri ; e senti- 
rete alla prova come anche quelP aria e quella solitu- 
dine per chi gli frequenti col desiderio puro del cono- 
scere, con r amore del nome della patria , con la con- 
scienza dell' immanente vita del genere umano , sieno 
sane e piene di visioni da quanto l'aria e l'orror sacro 
delle vecchie foreste ; sentirete come gli studi fatti in 
silenzio, con la quieta fatica di tutti i giorni, con la 



— 120 — 

feeoiida pazienza di chi sa aspettare, eou la serenità 
(li chi vede in iìne d'ogni intenzione la scienza e la ve- 
rità, rattbrzino sollevino migliorino riug-eono e Fanino. 
I giovani non possono generalmente esser critici ; e, 
{>er due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della 
via i brandelli del loro ingegno e ne vengon fuori tutti 
inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pu- 
g-nitopi: la critica è per gli anni maturi. Per i giovani 
è la storia letteraria e civile, specialmente trattata per 
monogratìe: essi portando nelle ricerche Tnlacrità delle 
forze, ne' raffronti Fagilità dell'ingegno, nella erudizione 
la fantasia degli anni loro, possono infondere nell'opera 
storica uu^ anima di poesia che alla scuola antica per 
avventura manca. Peccato che prescelgano di andare 
nel numero de' jìiìi. 

Xella storia letteraria, ebbe ad innovare più 
che a conservare. La storia letteraria, (|iiando 
egli cominciò, era tnttora con.cepita come nna 
serie di cenni biogratìci intramme/zati da som- 
niari di opere e gindizi sintetici , dommatici, 
distribniti nelle caselle dei generi, tennti in- 
sieme or sì or no dalla colla ac(|nosa di noti- 
ziole e date di storia politica. Aveva voga 
nelle scnole nn compendio di (riusep[)e Maft'ei, 
che, per esempio, costringeva in sei pagine 
dnecentocinqnant' anni di storia ; e se lasciava 
nn po' meno di dne alle vicende d'Italia nella 
seconda metà del secolo XIII, lo taceva solo 
perchè Dante Alighieri fa « nomo di stato » e 
sperimentò gli ettetti della rabbia delle fazioni. 
Invece di badare alla storia, rEnìiliaiii-Gindici 
si era abbandonato al mare intìdo della filosotia 
della storia. Per dirne nna, contro la leggenda 
tradizionale della conqnista noi-manna nel ^lez- 
zogiorno, non prodnceva i risultati d'un esame 



— 121 — 

attento delle cronache antiche; ma invocava 
r autorità del Vico : non furono — insegnava 
egli — quaranta avventurieri, che conquistarono 
« un paese abitato da otto milioni ; ma altret- 
tanti l)aroui, o capi tribù accompaonati da un 
numero considerevole di uonjini».^E perchè ^^ 
Perchè Giambattista X^co dimostrò che « i vas- 
salli feudali non avevano nome, né individua- 
lità se non in quella del feudatario » . Il Cantù, 
storico di professione, aveva violentemente di- 
velto dal tronco della storia il ramo della let- 
teratura ; il nostro venerato Settembrini foggiava 
e giudicava la storia secondo gì' ispirava la 
passione patriottica ; non era comparso ancora 
il libro di Francesco De Sanctis — che, del 
resto^ trascurò i secoli XI e XII — quando 
(1865-1870) il Carducci, ne' discorsi dello svoh 
(jimento della letteratura nazionale, prese a mo- 
strare come la letteratura nostra fosse ram- 
pollata dalla vita del nostro popolo, da tutta 
la vita — pubblica e privata, politica e civile, 
spirituale e materiale — attuando così l' ideale 
di « una storia vera composta non di parole, 
non d'impressioni, non di giudizi, ma di 
ftitti » signitìcativi, caratteristici, « ordinati sotto 
le Idee informanti». Porse oggi, dopo tanti 
altri studi, può parere alquanto artitìciosa e, a 
volte, di troppo peso gravante sopra i fiitti 
la sua teoria dei tre elementi formatori della 
letteratura nazionale — « V elemento ecclesia- 
stico, il cavalleresco, il nazionale » ; — ed oggi 
le sue illazioni da alcuni fatti , che sono co- 
noscinti meglio, non reggono più ; ma questa 

9 



— 122 — 

è sorte comune di tutte le opere storielle. Eesta 
r esempio, iiou abbastanza seguito, di indagare 
nella storia, intesa nel più ampio significato, 
e con criteri superiori interpretata, le ragioni 
prime delle correnti de i pensiero e degli atteg- 
giamenti delle forme ; resta il modello della 
rappresentazione del passato in (juadri animati 
e coloriti su la trama salda delLi \crità scru- 
polosamente accertata; e restano germi fecondi 
di nuovi lavori, clie bisognerà intraprendere o 
compiere. Uno di tali germi è il suo concetto 
che il ritorno air anticliità nel Quattrocento 
non fu se n(m la continuazione o V esplicazione 
necessaria del « moto di restaurazione del risve- 
gliato elemento romano», cominciato con la 
formazione dei comuni : del quale moto « la 
cagione intrinseca » si deve cercare nel « genio 
paesano » . 

Per amore della « verità vera » e reazione 
alla facile rettorica ammantata di estetica, scrisse 
una volta che il suo ideale era « di alzare, col 
metodo storico più severo. In storia letteraria 
al grado delln storia naturale » ; ma egli stesso 
provò nella pratica la falsità dell' assunto, per- 
che nessuno aborrì più di iiii dalia pura eru- 
dizione, minuziosa, fredda e fastidiosa. Quando 
augurò che l'argomento importantissimo della 
letteratura ne' secoli barbari in Italia « at- 
traesse studi e pensieri di ])iù valenti — non 
pure per le ragioni filologiche e metriche, che 
non sono poi gran cosa o ardua, ma per le 
ragioni psicologiche »; sapeva bene che la psi- 
che sfugge agli strumenti, comunque perfetti. 



— 123 — 
deir anatomista, è troppo grande cosa i)cr 
microscopio dell' entomologo. Domandava : 



il 



Come s'è fatto, di elementi cristiani iusieme ed 
etnici 1 nuovo sentiuiento inorale ed estetico deo-li ita 
Inunl Come la tradizione italica veccbia e travedo 
quali correnti nuove si è modilìcata ? di quali nuove 
unpressioni e di quali antiche ripercuotentisi alle nuove 
V^l^^rSJ:' Auitasia ^ Onde il .indizio classa 
l<i na.iv ta Mgorosa e Paudac^ia alta e profonda '^ onde 
e come in somnìo la poesia, non quella leg-o-erae ^as 
se^-gera dentro vadori, sì quella di Dante ? ^ 

Chi guardava così dall' alto , e poneva con 
tanta precisione il problema, non ne aspettava 
la soluzione dal metodo storico, qual è da 
alcuni, grettamente applicato. ' 

Xella critica letteraria, portò assai per tempo 
un ricco corredo d' idee sane e lari^he Vide 
le sterili esagerazioni degli ultimi i)uristi • « il 
cercare eh' essi fiicevano la parola innanzi a 
tutto, 1 aborrire da ogni maschio ed alto pen- 
sare nelle discipline di filologia di critica di 
filosofìa e di politica, sebbene di quest' ultime 
non s impacciassero, anzi i più ne rifuggissero 
inorriditi o i)er sospetto di barbarie o pei- paura 
di razionalismo ; lo sfatare ogni erudizione men 
che mezzana, essi che al di là dei repertorii 
di frasi non vedevano letteratura ». Li condannò 
e dense, e, per conto suo, accolse e se£>uì il 
principio che 1' autorità e la norma della lin- 
gua <<e neiruso, più generale e più conforme 
alla tradizione letteraria, del popolo medio 
pai-lante ; perciò fondamento al favellare e allo 
scrivere son quest' uso vivente del popolo to- 






— 124 — 

scaiio e gli scrittori di quel tempo nel quale 
la letteratura fu popolare ». E condannò le esa- 
gerazioni di (juelli, clic, per smania di novità e 
affettazione di popolarità, « rigettavano ogni 
bellezza antica, sfatavano ogni tradizione ragio- 
nata, tenevano per retorica e accademica tutta 
la prosa, per convenzionale ed aristocratica tutta 
la poesia, per incivile e impopolare l'universal 
letteratura d' Italia » . 

Le condiziimi de' tempi, il carattere gene- 
roso, r amore ardentissimo dei più alti ideali 
patriottici e civili, le predilezioni letterarie lo 
spingevano verso V estetica etica del Parini e 
deir Altieri ; ma la genialità innata, il senti- 
mento scliietto e profondo delF arte e il gusto 
squisito lo fermarono alF orlo della china pe- 
ricolosa; e liberamente adottò, francamente pro- 
fessò la dottrina dell'indipendenza dell' arte. Si 
può dubitare die nel 1863, quando, nel bellis- 
simo sonetto a Dante, egli assommò questa 
dottrina sgridando alto: 

Son chiesa e impero una rovina mesta. 
Cui sorvola il tuo canto e al ciel risona : 
Muor Giove e Finuo del poeta resta, 

sapesse clie i)rimo, parecchi anni innanzi, l'a- 
veva bandita da Torino un esule napoletano. 
Ma , certo , non 1' ignorava nel 1873 (()) , 
quando attestò di pensare e credere « chiara- 
mente e fermamente » che « la sostan::(i^ la ma- 
teria, cioè r argomento ... in arte non ha 
valore per se, ma 1' acquista tutta dal lavoro 
dell' artista » ; — che, i^erciò , 



— 125 — 

il giudizio circa un' opera d'arte non dev'essere sotto- 
messo al pudizio de' sentimenti e de' principi o filoso- 
fici o politici che possono averla informata. L' artista 
non è obbligato a fare dell'opera sua ne uìi a])f>looo ne 
una tesi dimostrativa o di filosofia o di politica o di 
estetica; e il critico letterario non deve ne esigerla né 
voler provarla tale. 

Xon cadremo noi nelFerrore di giudicare un 
poeta, im artista, dalle sue opinioni, da' suoi 
concetti intorno al mondo, alla vita, alla sto- 
ria, alla patria; dalle sue passioni, che sono gli 
stimoli a creare, non essa la creazione; benché 
non dobbiamo dimenticare che, quanto più gli 
stimoli penetrano addentro a sommovere, tanto 
più producono quella temperatura elevata, nella 
quale sboccia e spande il suo profumo il fiore 
dell'arte. Una delle ragioni del fascino po- 
tente, che emana dalla poesia del Carducci, è 
che egli vi si presenta non soltanto come un 
« grande artiere » ma, come un vero personag- 
gio poetico, in quanto manifesta imìnediata- 
mente , con F ardore, con l' impoto nativo, le 
impressioni, che le idee e le opinioni gli f^mno; 
i palpiti, i fremiti, i rapimenti d'entusiasmo, 
gli scatti d'ira, che suscitano in lui : 

... il cuore al pensiero balzando 
segue la strofe che sorge e trema. 

^N'el poeta sentiamo tutta la varia e ricca 
vita interiore dell'uomo; l'uomo, che si svela 
qual è, sensibilissimo, nervoso, appassionato, si 
etìbude, si abbandima, direi si confessa ad alta 
voce, schietto, sincero, candido; e lo amiamo. 



— 126 — 
3Ia guardiamo air arte sua. 

^e' Juvenilki , fu lo scudiero dt- classici : ne' Lev la- 
Grana Jece la sua vigilia d'^m/: ne' Deccnn alia, dopo 
1 primi colpi un 'po^ ino-enui e consneliidinari, cor>ie le 
avveiitiire a tutto suo rischio e pericolo, ^fosse, e ^^^ w^ 
o>.oro dair Alfieri, dal Parini, dal Monti, dai Foscolo, 
dal Leopardi ; per essi e con essi risalì ao-U antichi 
s intrattenne con Dante e con Petrarca ; ad essi , pur 
nelle scorse per le letterature straniere, ebbe l'occhio 
sempre. 

Termine de' Ikcenìialia è il 1S70; termine 
de' Giamhi ed Epodi il 1872. 

Poesia come quella de^li epodi e de' oi^mbi non è 
che d'un periodo e d' un breve periodo, della vita nel 
quale Fartista sente e rende un momento storico rapido 
e sfuggente che gli è antipatico o simpatico ; passato 
quel momento , V artista non sarebbe più nelhi vera 
condizione d'artista ma nella posa, e finirebbe imita- 
tore e caricaturista di sé stesso. 

Ala, con i Giamhi ed Upodi, comirdrxm'o nel 
1M2 le T#^fnYÌW.y/6 non politiche; e le prime 
Odi barbare furono pubblicate nel 1877. 

In quegli anni la poesia itali i uà era di- 
venuta un albero più die mezzo disseccato, 
coperto di vegetazione parassita: il Carducci 
lo mondò, recise le fronde secche, sui rami 
non ancora periti praticò parecchi innesti, rin- 
calzò di buon terriccio le radici. Fuor di alleo'o- 
ria, per quanto è dell' arte, la purgò della so- 
norità vuota e dello splendore fottizio; v' infuse 
sincerità d' ispirazione ; la ricondusse alln deli- 
neazione nitida del fantasma poetico e alla 



— 127 — 

espressione vigorosa sobria, densa , del sen- 
timento ; la piegò alla evocazione e alla ri- 
produzione obbiettiva dell' avvenimento storico, 
alla rappresentazione diretta , commossa ma 
fedele, del mondo esterno : tutto questo rin- 
sanguando le forme metriche abituali, rinno- 
vando vittoriosamente il tentativo, non riuscito 
nel Cinquecento, della metrica, che gli piacque 
chiamare barbara ; tutto questo in uno stile 
rol)usto ed agile, muscoloso e nervoso come lui, 
e con una vena di lingua copiosa cristallina, 
che ora corre piana col garrito del ruscello, 
ora precipita e urla come torrente, ora scende 
come lìume ampio, maestoso, che empie la 
valle del suo murmure solenne, 

mostrando Pubertà del suo cacume. 



Sarà bello, a chi voglia e possa farlo, seguire 
a passo a passo il poeta nel suo cammino ascen- 
dente e determinare via via quello, che, dalla 
nostra e dalle letterature antiche , accettò ; 
quello, che aggiunse di suo; quello, che as- 
similò di fuori e trasformò, e come, con piena 
coscienza ; perchè , a giudizio suo , « un poeta 
inconscio, ai tempi nostri, non muta, non rin- 
nova, non rivolge l'arte». Noi notiamo che, 
così, egli ripigliava e continuava la grande tra- 
dizione italiana, perchè tutti i nostri maggiori 
poeti, da Dante al Tasso, dal Parini al Leopardi, 
furonci uomini di dottrina, pensatori e critici: — 
se l'Ariosto non scrisse di critica, esercitò lun- 
gamente le sue facoltà critiche nella scelta dei 



— 128 — 

materiali e intorno alla forma deir opera sua. 
E notiamo clie ciò, che fece il Carducci, lo potò 
fare perdio educò e fortificò nella grande cor- 
rente deir arte classica V ingegno , che aveva 
sortito schiettamente italiano. TI nostro aenio 
nazi(niale, limindo, equilibrato, ha la percezione 
larga, cliiara (^ ])recisa del reale, il sentimento 
intimo dell'armonia organica del concetto e del 
fantasma con hi fornni concreta, nella quale si 
manifesta, e il senso della misura nel colore, 
della convenienza e disila grazia nel disegno. 
Per esso Dante, sinceramente religioso, non fu 
un misti( o, e improntò di potente realismo la 
rappresentazione dei regni oltremondani; jjcr 
esso r Italia ritrovò, risuscitò e donò all'Europa 
il pensiero e Farte antica ; per esso Alessandro 
Manzoni, liberissimo spirito e imbevuto d'idee 
moderne, si tenne lon.tano dalle esagerazioni dei 
romantici, e Giacomo Leoj)ardi espresse lo stra- 
zio tragico dell'anima sua con serenità, soavità 
e compostezza, in un moderno, maravigliosa. 

3Ia a noi, che dobì)iamo i>rocedere di corsa, 
basterà salutare nei versi giovanili del Car- 
ducci, limpidi e armoniosi, nell'abbondanza e 
freschezza delle imagini, l'aurora radiosiì pro- 
mettitrice dello splendido meriggio. La origi- 
nalità e serietà del suo spirito si rivela in ciò, 
che sin da principio egli rifiutò le allusioni, le 
frasi, le perifrasi, le imagini stinte, delle quali 
il classicismo formale al)usava: sin da princi- 
pio, i)iii che alle tarde derivazioni, attinse alle 
fonti prime, e non meno che dalla mitologia, 
dedusse dalla storia greca e rouuina. Invocare 



/ 



— 129 — 

Eebo Apolline si^lendente di giovinezza e bel- 
lezza in mezzo al nimbo dei miti leo'aiadri 
onde la fantasia greca lo cinse, ma dicendo- 
gli : — Io so bene che tu sei morto, — signi- 
ficava distinguere nell' arte antica quello, che 
vi era di eternamente vivo, da quello, che era 
morto x)er sempre. 

Ancora è vaga ed incerta nei versi giova- 
nili la tendenza, che pure si avverte, a ritrarre 
il mondo esterno quale egli lo vede ; il sen- 
timento della natura , che poi sarà profondo 
e vivissimo, non s'è ancora sviluppato. Questa 
è una primavera sbiadita, indistinta : 



Primavera beata 
Su le pijinnre italiche 
Sorride. Ogiii creata 
Cosa iu vista rallegrasi ; 
Scherza con P aura e '1 fiore 
E vola nel sereno etere Amore. 



E questo un giorno di Pasqua a pena accen- 
nato, come in un calendario : 

11 borgo oggi risona 
E si rallegra del risorto Iddio. 

Ancora è timida o fiacca o insutficiente la 
traduzione plastica della visione poetica. Xel- 
1' eliso, Saffo solinga, che « languida ])osa la 
fronte tenue su la dotta cetra », qualche cosa ci 
dice; ma Tibullo, che siede all'ombra presso un 
ruscello, ci lascia freddi. Il giovine poeta narra 
di Apolline : 



— 130 — 

Quiil della luna in placido 
Sereno era il can<lore : 
Era nel corpo uiveo 
Di porpora il colore, 

Come al settembre tingonsi 
Bianche mele fragranti, 
Come fanciullo intrecciano 
I gigli a li amaranti. 

Taglie imagini, felici ])arag()iii ; ma non 
liaiiiio il torto di velare un po' troppo la per- 
sona del « giovine Iddio bellissimo » ? 

Più d' mia volta il campo della poesia è in- 
vaso dal ragionamento astratto, che non s' a- 
dorna nemmeno di eloqnenza, arido e nudo. 

O padri antichi, a' vostri petti degno 
Culto eran patria e lihertà ; verace 
Vita agitava Taniina capace 

E il forte ingegno. 
Pii documenti di civil costume, 
Opre gentili, e amore intellettivo 
Del buon del vero del decente, e vivo 

D'esempio lume 
Vedeano i figli nella sacra etate 
De' genitori e ne' pudichi lari ; 
E sobri nscieno cittadini cari 

Nella cittadc. 

Questo è uno de' difetti delle liricÌK^ i)atriot- 
tiche composte «dentro i fermini del 1860». 

JMa Yelleda, che, tra le ombre solitarie dei 
larici rotte dalhi luna e iìal vento, si leva « pal- 
lida, in nero vestimento, a gli omeri lenta il 
crin biondo» — e Achille dipinto a colori omerici 
sfolgorante tra le armi-— ,e l'astore, che, nella 
sala di Mulazzo, 

l'ale dil)atteva il serpentino 
Collo snodando, e uno stridor mettea 
Kauco di gioia — 



— 131 — 

un chiaro di luna sul mare col nocchiere, che 
iu guarda e canta — la 

pioggia d'aprile a la campagna, 
Che bacia i fiori e su le larghe fronde 
Crepita ; rido fra le nubi il sole 
E nello gocce pendule si frange. 
Getta odore la terra ; l'ali batte 
La passerctta, al ciel levasi e trilla— 

i^ifine « il bello e orribile mostro » mirabile ef- 
fetto e mirabile simbolo della nostra civiltà, che, 

Corrusco e funiido 
Come i vulcani, 
I monti supera, 
Divora i jiiaui; 

Sorvola i baratri; 
Poi si nasconde 
Per antri incogniti 
Per vie jìrofonde; 

Ed esce; e indomito 
Di lido in lido 
Come di turi >i no 
Manda il suo grido — , 

danno il lieto annunzio eh' egli è maturo all'uf- 
fìzio proprio del poeta ; quello di trasformare 

neir anima rovente — come egli ha detto 

«l'idea in fantasma», di dare ai fantasmi 
esistenza indipendente, capacità d'imprimersi 
nella mente nostra come reali, viventi, e forza 
di suscitarvi le impressioni della natura e della 
vita; ma più profonde, più efficaci, come raggi 
raccolti al foco della lente. 

Giacché uno de' caratteri più singolari, uno 
degl'incanti dell'arte matura del Carducci, è 
la facoltà, la quale non saprei chiamare altri- 



r'y""tr,;Pji?"^'' 



— 132 — 

menti che dantesca, di scolpire figure a scalpel- 
late energiche, con pochi tratti rilevati, mar- 
cati , che hanno la virtù di scuotere e scal- 
dare Timaginazione del lettore così da compiersi 
IH essa e darle, come in un lampo, la visione 
della persona intera. 

Interroghiamo i nostri ricordi. Ecco, moderno 
agreste ritiesso della divina Matelda di Dante, 
sorgere alta e ridente la bionda giovinetta della 
Maremma, con un serto di fiori in mano, e aprire 
sotto i cigli vivi rocchio azzurro grande e pro- 
fondo, lampeggiante di selvatico foco— e un'altra 
fimciuUa uscir come una dea , e gettar delle 
« viole onde aveva colmo il grembo », ascondere 
il volto e fuggire— e la bella donna del campo- 
santo avvincere al seno il bel velo, e stringersi 
tutta a lui «voluttuosa nelP atto languido», 
e guardar serena « per entro i lugubri luoghi di 
morte. » Ecco il villano umbro « di caprine pelli 
Kavvolto l'anche come i fauni antichi » — e il 
ciociaro, che « nel mantello aA volto. Grave fi- 
schiando tra la folta barba. Passa e non guar- 
da » — e i vigili, che «van lungo il nero convo- 
glio E vengono incappucciati di nero. . . Co- 
m' ombre ; » — e la madre e il fnnciulletto fra- 
tello del poeta : 



sul rio passeggiava mia madre 
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano 
CUI per le spalle bianche splendevano i riccioli d' oro. 
Andava il fanciullo con piccolo passo di gloria 
superbo de l'amore materno, percosso ncrcore 
da quella festa immensa che Tulma natura intonava — 



— 133 — 

e un'altra madre forte, palleggiante il suo par- 
volo forte : 

da i lìudi seni già sazio 
palleggialo alto, e ciancia dolce 
con lui che ai lucidi occhi materni 

intende gli occhi fissi ed il piccolo capo 

tremante d^ inquietudine 

e le cercanti dita : ride 

la madre e slanciasi tutta amore. 

Evocati dal mago potente , riappaiono gio- 
condi e luminosi gli antichi Dei, danzano e can- 
tano le ninfe , e allietano di loro vista i mortali. 
Richiamato « ai tripodi chiaro sonanti » di Del- 
fo, torna dai lidi iperborei Apollo : 

Due cigni il traggono candidi a volo, 

Sorride il cielo. 

Al capo ha l'aurea benda di Giove ; 
Ma nel crin florido l'aura sosv>ira 
E con un tremito d'amor <i1i muovo 

In man la lira. 

Balzano su, dalle pagine della storia, Ales- 
sandro in Eaitto : 



. . . il giovili duce, liberato il biondo 
capo da l'elmo, in fronte a la falange 



guardava il mare . . 



. dal sudato inetto 
l'aurea corazza 



• • • 



sciolse, e gittolla splendida nel piano : 

« Come la mia macedone corazza 

stia nel deserto e a' ])arlxtri ed agli anni 



regga Alessandria » — 



Federico Barbarossa a Marengo : — 



« 



— 134 -. 

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al conidore 
Ì5U0 presso rior„ardav;i nel ciel l'imperadore — 

1^ lite inginocchiato nella chiesa di Polenta 
^i ilta Fronte che Dio mirò da i,msM> chiusa 
i^ntro le palme», piangendo il suo bel S. rr^^^ 
ranni: Xapoleone « da Monte Zemolo uscendo 
al lanaro sonante»: 



Spiovongli lo chiome 
m doppia lista nera per 1' adusto 

pallido viso 

e neri gli occhi scintillaiìti immoti 
foran dal fondo del pensier le cose — 



la madre di Xapoleone , la (M^rsa Xiobe nella 
notte, su la porta della solitaria 
laccio : 



casa d' A- 



le braccia 
fiera tende su '1 selvaggio mare 
e chiama e chiama — 

Pietro Calvi in mezzo alle palle austriache: 

biondo, diritto, immobile, 
leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando 

il foglio e '1 patto d- Udine 
e un lazzoletto rosso, seguale <li guerra e sterminio. 

con l;i sinistra sventola — 

Garibaldi, solo innanzi alla lugubre schiera 

i' i\"'V; ' ^'^^''''^^1^^> ^ tacito » a cavallo— tìa- 
nbaldiallo scodio di Quarto, « Al collo leonino 
a^voiiuM il piuicio, la spada di Eoma Alta 
su 1 omero bilanciando » . 

Chiscuna figura rivela il suo carattere o 
nell attegguimento, o nel piglio, o nella mossa, 



— 135 — 

u nel gesto ; spesso la figura stacca netta sul 
paesaggio. La bionda Maria esce tra l'ondeggiar 
de' lunghi solchi, e davanti e intorno le fiam- 
meggia la gnìiide estate; — la lanciulla delle 
viole esce « tra le prime stelle e i primi fiori », 
e su la sua testa trema dal cielo puro la stella 
vespertina, 

E da la valle un fremito salia 

Un nt.'inbo inebriante 
E correa per i colli un' armonia... 

Intorno al piccolo fratello e alla madre del 
poeta, ò una « festa immensa » : 

Però che le campane suonavano su dal castello 

annunziando Cristo tornante dimane a' suoi cieli ; 

e su le cime e al i>iano, per l'aure, pe' rami, per Tacque 

correa la melodia spiritale di primavera ; 

ed i pèschi ed i nn^li tutti eran fior' bianchi e vermigli, 

e fior gialli e turchini ridea tutta l'erba al di sotto, 

ed il trifoglio rosso vestiva il declivio de' prati, 

e molli d'auree ginestre si paravano i colli, 

e un'aura dolce movendo quei fiori e gli odori 

veniva giù dal mare ; nel mar quattro candide vele 

andavano andavano cullandosi lente nel sole 

che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva. 

Intorno a quell'altra madre. 



ride il domestico 
lavor, le biade tremule accennano 
dal colle verde, il bue mugghia 
e canta il florido trailo su l'aia. 



Innanzi a Garibaldi, che salpa da Quarto 
per l'epica impresa di Sicilia, il mare placido; 
sopra, la luna « larga, nitida, candida », e l'astro 
di Venere sorridente ; dietro, boschi di lauro 
mormoranti ; lontano, Genova superba ardente 



— 136 — 

(li lumi e cantici « dal suo arco marmoreo di 
palagi ». 

Il paesaggio o la scena si allieta o si at- 
trista in mira1)ile armonia con la tigura, che 
egli vi colloca o con lui, clic guarda. 

Xella selva marenmiana, mentre egli legge 
Marlowe, gli pare che dal verso bieco esali 
un vapor acre d'orrida tristizia, 

che s;ile e freme misto a l'aer lualiono, fccoiula 
(li mostri intorno le pemlenti nuvole, 

crocida in fondo .V fossi, fernigigiio ghigna ne' bronchi, 
filtra con la pioggia per Possa stanche ... 

Dentro la stazione, in una mattina piovosa 
di iiovenil)re, alla partenza della donna amata, 
egli è addolorato, e 



i ferrei 
freni tentati rendono un hignl>vo 
rintocco lungo : di fondo a ranima 
un'eco di tedio risponde 
doloroso, che spasimo pare. 

E gli sportelli sbattuti al chiudere 
paion oltraggi ; scherno par rultinio 
appello che celere suona. 

E r occhio suo vigile non coglie soltanto le 
grandi masse e le grandi linee; ma anche, a 
volte, particolari, che ad un occhio disattento 
sfuggono , e che , notati e riprodotti , danno 
fresca, acuta la sensazione del reale, il cohu'c 
locale. Quando passa Maria, il pavone ai)re Toc- 
chiuta coda e manda un rauco grido guardan- 
dola; quando la fanciulla delle viole fugge, il 
suo ceruleo lembo sibihi tra le rose; nella sta- 



— 137 — 

zione , Lidia dà « la tessera al secco taglio » 
della guardia»; nella conca del Clitumno, dal 
seno della madre, « Una poppante volgesi e 
dal viso Tondo sorride ; » nelle terme di Ca- 
racalla, una inglese, « A le cineree trecce alzato 
il velo Verde», legge nella guida; mentre Ce- 
falo è attratto al bacio delFxlurora , il cane, 
Lelapo , « immobil , con erto , Il lido arguti) 
muso, mira salire il sire»; nel silenzio triste 
della ritirata, sV)de la pesta del cavallo di Ga- 
ribaldi guazzar nel fongo ; a Ferrara, Leonello 
« verde vestito » posa la destra sul fido levriere; 
in fondo della chiesa lombarda, « due soldati 
Guarda van fisi nelP aitar maggiore»; su le 
mura di Fiesole , « dal rotto etrusco sasso La 
lucertola figge la pupilla»; a Lodi, mentre 

nioriano gli ultimi tuon de la fidgorc 
frjinca no i concavi seni , volgeasi 
da i liin])idi lavacri 
il bue candido, attonito. 

Tra i nostri poeti moderni, nessuno, forse,- 
ha sentito così spesso , con tanto trasporto di 
simi)atia, la natura; nessimo forse, come si suol 
dire, r ha resa con tale limpidezza e vivacità 
di visione, con tanta fedeltà e rilievo di co- 
lorito, con fare così largo e sicuro. 

Al suo tocco, tutte le cose acquistano senso 
e seiitimento : le acque a' margini de' prati 
« Di gemiti e sorrisi Un suon morbido fran- 
gono »— il mare manda gemiti misteriosi — 
l'Adige canta la sua scorrente canzone — la 
Dora precipita a valle cercando Italia — « Baldo 
paterno monte protegge la bella » Sirmio « da 

10 



\\ 



— 138 — 

Tnltf) Col sopracciglio torbido» — i colli ten- 
dono le braccia al -^le — il sole s'indniiia a 
guardare gli alti fastigi delle torri e delle chiese 
di Bologna, «con un sorriso langiììdo Hi viole» 
— gli alberi della selva niareniniana staiìno » 
Curvi, aggrondati, ricurvi, sì come l)eccliini a 
la fossa... in cercliio a la lucida riva » — i cipressi 
di Jiolglieri guardano, incliinano U capo, pro- 
vano pietà, parlano — e i tiori, 



Da lor culle di neve i fior si sve-i^liano 
E ciirìosi al ciel oli occliiotti levano, 
E ne' lor guardi vagola una tremula 

ombra di soirno . 



Acq 



[uistano senso e sentimento anche le cose, 
che r uomo ha fatici la vaporiera, 

... il mostro conscio di sua metallica 
rtuima «butta, crolla, ansa, i tiammei 
occhi sbarra . . . 

— i fiinali sbadigliano la luce sul fango — 
dall' orologio delhi torre le ore gemono "come 
sospiri d' un mondo lontano — « Commove un 
conscio spirito Tagili corde » del liuto— le in- 
segne abbrunate piangono la morte del re. 

Si affacciano nel verso, maestose o leggiadre, 
in membra ed atti femminili , le città, le re- 
gioni, le terre dMtalia: Eoma emergendo dal 
solco ili ilomoh), « torva riguardante" su i sel- 
vag-gi piani » ; Trieste levando il capo tra i ba- 
leni ; r Umbria guardando dalle montagne 
«grande, austera, verde»; Salò tendendo le 
braccia candide 



- 139 — 

lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona 
le chiome e il velo a 1' aure, 

e ride e gitta fiori con le man' i)iene. e di fiori 
le esulta il capo giovine. 

Le stesse forme poetiche e metriclie assu- 
mono corpo e tìgura : la canzone , la serven- 
tese, la pastorella ci appaiono come fanciulle 
diversamente chiomate, diversamente vestite e 
atteggiate ; 

L^)de Olimpia di Pindaro, nqnila trionfale, 
distende altera e 'placida il remeggio slell'ale • 



e 



passa crollando i lauri l'immensa siglante epopea 
come turbin di maggio sopra oìideggianti piani. 

Qualclie volta il paesaggio parla esso dalle for- 
me, dalle linee, dalle tinte,^ restringendosi il 
poeta a riprodurlo fedelmente, come neirode 
allWurora: 



Tu sali e baci, o dea, co '1 roseo fiato le nubi, 
baci de' marmorei templi le fosche cime. 

Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco, 
epiccasi il falco al volo su con rapace gioia, 

mentre nell'umida foglia pisì)igli»no garruli i nidi, 
e grigio urla il gabbiano su '1 violaceo mare. 

Primi ne '1 pian faticoso di te s'allegrano i fiumi 
tremuli luccicando fra '1 mormorar de' pioppi : 

corre da i paschi baldo ver' l'alte iiuenti il puledro 
eauro, erto il chiomante capo, nitrendo a' venii : 

vigile da' tuguri ris])onde la forza de i cani 
€ di gagliardi mugghi tutta la valle suona. 



— 140 — 

La poesia è nelle cose; Tarte ha scelto e dato 
rilievo ai particolari come si mauifestauo e si 
fan sentire, via via, allo spettatore attento e 
disposto, oltre clic alFosservazione, al «^odiinento 
dello spettacolo sublime, clic ogni mattina si 
rinnova, ogni volta nuovo, stupendo. 

Qualche volta dà espressione al paesaggio la 
voce umana, benchò indistinta: 

Isviiriavuii brevi, tni la niacfhia, il pijuio ed i colli 
rasi a mer.i <Ia hi falco, in parto ancor iiiohili e biondi. 
Via per i solchi strigi le stoppie fumavano accese, 
e or sì or no veniva sn per l'aure nniide il canto 
de' mietitori, luugo, lontano, piangevole, stanco. 

:N'e8suno ignora quali elfetti magnifici il Car- 
ducci abbia saputo trarre dalle campane , sia 
che annunziando la risurrezione di Cristo can- 
tino « con onde e volate di suoni, Da la città 
su'poggi lontanamente verdi»; sia che martel- 
lino alla morte de' nemici d'Italia 

nn suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria 
insistente terribile ; 

sia che cantino di clivo in clivo a la campa- 
gna » invitando alla pregliiera della sera. 

Ave Maria I Qnando su l'aure corre 
Tuniil saluto, i piccoli luortali 
scovrono il capo, curvano la fronte 

Dante ed Aroldo. 

Una di thauti lenta niehìdia 
passa iuvisibil fra la terra e il cielo : 
spinti forse che furon, che sono 

e che saranno ? 

Un oblio lene de la faticosa 
vita, nn pensoso sospirar quiete, 
nna soave volontà di pianto 

Pauinie invade. 



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l' 



— 141 — 

Taccion le fiere, gli uomini e le cose, 
roseo il tramonto ne Pazznrro sfuma,' 
mormoran gli alti vertici ondeoiranti' 

Ave Maria. 



-ofe" 



Ricordo la squilla di Dante, « che pare il gior- 
no pianger che si muore » — ricordo Tesclama- 
zione del Byron : « È questa una imagina- 
zione , che la nostra ragione disprezza ? Ah ! 
certo, niente muore; ma qualche cosa si veste 
a lutto»— ricordo l'apostrofe del Manzoni: 

Te, quando sorge, e quando cade il die , 
E quando il sole a mezzo corso il pnrte, 
saluta il bronzo che le turile pie 

Invita r.d onorarte; — 

ma io non so, non trovo clie alcun poeta abbia 
provato così profondamente ed espresso con tanta 
delicatezza e soavità rindefinibile commozi(me 
destata dall' ora, dal suono, dal sii>nilicato cri- 
stnino dell'Ave Ilaria, come e quanto il « poeta 
pagano » Giosuè Carducci. 

A^)rrei essere riuscito, signore e signori 
a darvi un concetto cliiaro dello sj)irito, che 
mosse l'attività e informò l'opera del Carducci- 
vorrei soprattutto essere riuscito, o aiovani,' 
a trasmettervi un'impressione, i)er quanto sin- 
tetica , esatta e calda dell' arte sua , intima- 
mente umana d' ispirazione, veracemente clas- 
sica di concezione, schiettamente italiana di 
espressione— a render in voi più viva la simpatia 
per essa, più salda la certezza clie essa ritem- 
pra , rasserena, innalza l'animo come l'aria 
fresca delle vette montane purilica e fortifica 
i polmoni — a lasciarvi la convinzione che egli 



— 142 — 

è quello dei poeti nostri moderni, ne' cui versi 
più note « del poenui eterno » risuoiìauu ariuo- 
niose; quello, il quale mei^lio abbia sentito e 
meglio faccia sentire il sospiro d'amore, 

che tra la terra e il ciol sale e ilisceiide. 

Osservò ei»li clie cinque f^randi poeti italiani — 
il Parini, il 3lonti, il Foscolo, il Manzoni e li 
Leopardi — «accettarono, poco muditicando e an- 
che meno aggiungendo, i mezzi (V arte che i 
tem])i avevano varijunente recato : e aiutati 
dair ingegno profondo, dalFanimo acceso, e 
dalle circostanze dei pensieri e dei sentimenti 
predisposti, seppero con quei podi i mezzi ope- 
rare ili iiiodo che l'impressione raggiunse ef- 
fetti d' efficacia di larghezza di durabilità anc(n-a 
e lungamente vitali ». /SV.s/o egli, e noii postre- 
mo, ha tanto restaurato, battendo e demoh^ndo 
«il barocco, T istrionico, il dcclamat(u-io , il 
sentimentìih\ T allegorico, il (b^Mmimentale »; 
ha taiìto modificato e tanto aggiunto. ii)ii>ri- 
niendo lìcttamente e su})erbamente il carattere 
su(^ >u le modificazioni e le aggiunzioni; che 
da lui coiìMìicia un periodo nuovo nella storia 
delTarte nostra. Ma dove sono i continuatori.^ 
Qua.iulo lìinri Giovanni Prati, u certi critici 
meschiìH IH versavano calde higrime su hi morte, 
conressi dicevano, dcHa jMX'sja italiana, ( hi 
ha rniìMiT i\\ parlarvi insorse e protestò: « Chi- 
nati revercUiciiiciìte i!!ì!aii/;i alla tomba di Trio- 



r 



— 143 — 

vanni Prati, mandiamo un saluto ed un augurio 
a Giosuè Carducci » ! (7) Achi manderemo oggi, 
chinati innanzi alla tomba di Giosuè Carducci' 
la parola augurale? 

Possa dalle vostre file, o giovani, uscire quello, 
che compensi l' Italia della sparizione dell'ul- 
timo suo poeta ! 



\ O T E 



(1) L'articolo era stato scritto da mio fratello Michele. 

(2) Dk Sanctis, L'Armando (1868), ne' Saggi Critici. Cfr. più 
oltre p. 153. 

(3) V. le lettore del Carducci al Gargani pubblicate da .S. Mor- 
piiriro nel Marzocco del 24 febbraio (anno XII. n. 8). 

(4) GuKKUAZZi, Lettere; Livorno, Vigo, 1882, seconda serie, 
p. 357. Il Giiorrazzi il 14 gennaio 1858 annunziava all'amico 
A. Mangini la pubblicazione, nella Rivista (ontemjìoranea di To- 
rino, di un « bello articolo scritto a sua insinuazione su le poesie 
del Carducci »: secondo una nota d*d Carducci ai JtivenUia, Tarti- 
colo sareb])o stato scritto dallo stesso Guerrazzi. Questi nella 
lettera, al passo citato nel testo, aggiungeva : « e il canchero si 
porti chi con la cosa rese necessario il vocabolo fra noi ». 

(5) Tolgo questa lettera da un bel discorso del mio valente 
amico prof. Giu8ei)pe Albini. ^7/ Studi e V animo di Severino Fer- 
rari; IJologua, stab. Monti, 1906. 

(6) È curioso notare che, nel 1869, nel saggio Settemhrini e i 
suoi critici, il De Sanctis si servi d'una espressione simile a quella 
del Carducci: « Gli Dei d'Omero sono morti: V Iliade è rimasta». 
Ma se si considera la. frase, che segue : « Può morire 1' Italia ed 
ogni memoria di Guellì e Ghibellini, rinnirrà la Divina Comme- 
dia » — si vede chiaro che il De Sanctis non fece se m)n aggiun- 
gere un nuovo esempio a quello, ch'egli stesso aveva recato, Tcon- 
ferrna del suo concetto, nello scritto Giudizio dei Gervinus sopra 
Alfieri e Foscolo pubblicato nel Cimento del 1855: « Nelle vere poesie 
vi è sempre qualche cosa di suiieriore che sopravvive, spento an- 
che quello scopo juditico che le si propongono. Guelfi e Ghiltellini, 
Bianchi e Neri sono ormai dimenticati : le passioni , che rosero 
tanto il cuore di Dante, sono spente, ma non sono spente già le su- 
blimi creazioni della />//•?//« Commedia alle (inali qu- Ile passioni 
diedero vita ». 

(7) Cfr. i miei Scritti Critici, p. 439. 



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IL OARDUOOI E IL DE SAXCTIS 



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Quello, die segue, si legge neirultimo numero 
della Domenica letteraria (1). 

Si può (lire elle questo dileguare della metafisica 
idealistica dalla critica italiana sia avvenuto senza che 
alcuno se ne desse per inteso. 11 De Sanctis medesi- 
mo, preudendo in esame il rudimentale positivismo cri- 
tico del Zumbìni, che disfaceva in un colpo tutta Pope- 
ra del Settembrini, non pare non trovò alcun argomento 
di confutazione, ma lasciò trapelare un senso di ammi- 
razione per quel calabrese tanto acutamente dotto e 
tanto dottamente acuto.... Solo espresse con molta af- 
fettuosa tristezza il dolore di vedere la bella idealità 
artistica dell' amico sopraffatta dalla rigidezza scienti- 
fica della critica nuova. Il De Sanctis allora, correndo 
con un solo metafisico alP eccesso della deduzione, esa- 
gerava l'aridità di questa critica nuova; e non solo 
giudicava male il Zumbini, che non è tanto rigido uè 
tanto secco uè tanto aborrente da ogni gentilezza d*arte 
quanto parve al De Sanctis ; ma dimenticava piena- 
mente molti altri critici, i quali, prima e più efìicace- 
nu'ute che non il Zumbini, avevano concordemente coo- 
perato al tri(mfo della critica storica e positiva in luo- 
go della critica metafisica ed hegeliana : dimenticava , 
segnatamente, il Carducci, che foggiò ogni più sterile 
nuiteria critica con tanta potenza d'arte, quanta iiiun 
altro mai potè vantare. E la dimenticanza , se bene 
neir onorevole De Sanctis la distrazione è una consue- 
tudine inveterata, è stranissima e non perdonabile, poi- 
ché nel Carducci appunto avrebb'egli dovuto cercare 



— 148 — 

a preferenza il tipo dei novissimi critici, per più ra- 
gioni . (Ielle quali aioltissime obbiettive e questa sub- 
biettiva: il Carducci, nel suo sa^ugio di cnniniento al 
Canzoniere del Petriirca — opera mirabile ch^ eoli non 
può lasciare incompiuta — fa un'osservazione che de- 
tìnisce mirabilmente il distacco fra le due scuole cri- 
tiche. Si tratta di determinare la data di due canzoni 
scritte a molta distanza di tem})o: il De Sanctis, per 
questa <leterniinazione si aliidò al suo intuito hegeliano 
e dimostrò P opinione sua con molte sottilissime argo- 
mentazioni mt'tatìsiehe: il Carducci invece ricorse di- 
rettamente ai (l')eumenti; e tiovò che roi)inion(' del 
]:>e Sauctis era per l'appunto falsa, e osservò che, in 
fatto di date, le opinioni sono una alle<4ra oziosità ac- 
cadeuìica (piando non siano fonte di errore, e [)rovò che 
nella critica T idealismo è triste ausiliario. 

Perchè dunque il De Sanctis non colse V occasione 
del suo lamento contro il i)ositivismo critico ajjpunto 
dal Carducci l 

(^)uaiuh) il Zuml)ini prese a dimostrare ^U errori 
nascosti fra la meravigliosa prosa del Settembiini, già 
in Italia i)arecchi avevano provato col fatto come la 
critica abbia ad essere altriuìenti fatta che non il ro- 
manzo: il Carducci aveva già manifestata quella sua 
stupenda abilità d'editore che gli valse a ventitre anni 
da un governo codino (2) una cattedra di lettere italia- 
ne air università di Bologna: già aveva pubblicato il 
saggio di comento al Petrarca e le sue più importanti 
opere critiche; già, e questo forse è quel che più monta 
aveva scritto la sua arida critica sperimentale (?) tutta 
isi)ida per le citazi(uii, tutta agghiadata dalle collazio- 
ni, tutta intisichita dall'abuso dei documenti e con una 
così viva e cosi amabile e così fresca i)otenz.i d" arte, 
quanta non consolò mai nessun romanzo italiano. 

A i'i>a li ])'xVncona con alacrità muratoriana se- 
guitava a pur disseppellire dai cimiteri delle bibliote- 
che le ossa della nostra più antica letteratura. A Koma 
il Monaci esplorava i ruderi della ])oesia occitanica e 
iberica, e infondeva nuova gloria e nuova vita tipogra- 



I 

'Il 






\ 



— 140 — 

fica in vecchi canzonieri appassiti su le pergamene. In 
Milano FAscoli faceva tuttavia nuove e mhabili sco- 
perte in una disciplina filologica che in Cxeiniania è 
gloriosamente studiata persino da una donna, nella glot- 
tologia. A Firenze, infine, nell'istituto nuovamente fon- 
dato per gli studi superiori, una numerosa gioventù si 
• affollava alla scuola del Bartoli. Di più, i buoni frutti 
di questa juopaganda scientifica già cominciavano a 
maturare; il Kaina era già noto e meritamente onorato 
m tutto il mondo filologico per i suoi hnwi sulPepica 
romanzesca, e già il d'Ovidio aveva recato a Xai>oli il 
verbo e il trionfo della critica positiva. 

Bisognava pro])rio aspettare clie , fra gli altri, di- 
mostrasse il suo molto acume e la sua sicura dottrina 
il Zumbini, per avvedersi della rivoluzione critica av- 
venuta pianamente, senza rumore, in Italia ? Anche 
questo mi pare una necessaria conseguenza dello heoe- 
lianismo e della metafisica. '^ 

Per amore della verità , sarà bene notare e 
correggere le inesattezze incorse nel citato ar- 
ticolo. 

Francesco De Sanctis, nel saggio intitolato 
ScUemhì'inì e i suol critici, non lasciò solo ira- 
pcÌHvv nn senso di ammirazione per lo Znin- 
bini, anzi nsò schiette, calde parole di elogio; 
si assnnse assai volentieri « il grato nffieio di 
prenderlo per mano, e condnrio innanzi ai pub- 
blico e farlo conoscere ». N^è in qnel sa^i^io, 
nò altrove mai (dico: tnai) il De Sanctfs'' si 
espresse in maniera da far credere eh' culi cna- 
(jcrasHc V aridità (hi la critica nuova in gene- 
rale, — giudicasse h) Zumbini, in particolare, 
riffìdo, secco, aborrente da (ff/ni (fentiic-xa dì 
urte,—h) considerasse quaì tipo de' novissimi 
erdicL 8e non trovò « alcun argomento di con- 



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futaziniie » (];! adoperare contro ii ixKsitivismo 
critico deiln Zn.iìilìiiìi, rio fu ì)or ima raiiione 
.semplicissiiua — perchè gli pareva lo Ziiiii])iiìi 
fosse « del la sua scuola ». Xoii aveva torto, 
come si potrebbe i)rovare con molti argomenti: 
basti riferire le parole di Francesco 1^' Ovidio 
testimone , o giudice che dir si voglia , non 
sospetto : « li critico di cui le ojjcre hanno 
esercitato una maggicn-e intluen/a sullo Zum- 
bin.i è evidentemente il De Sanctis». — «Tra 
i pochissimi che si sono appro[)riato davvero il 
metodo del De Sanctis è lo Zumbini » (3). 

Ncl^ Safifjio critico sìfì Fcfnrrc(f il De Sanctis 
accettò senza vagliarla Topinione clic la canzone 
Spirto f/cìifii fosse diretta a Cola di Kienzo e 
composta nella « maturità degli anni » del 
poeta — che la canzone ItaJid mi(( fosse « lavoro 
di giovinezza ». 3ia nc»n [lensò a determinare 
lui le date, aflfidandosi al s'ho intuito luf/diano. 
Le date e le molte ^sottilissime ((rffompììfoxioni 
mefaji^iche, di cui il De Sanctis si servì, se- 
condo il critico della Domenica, \iQr dimostrare 
la sua opinione, si cerchen^bbero iinano nel 
Saffdio critico sul Petrarca. Xicnte i)iii delle due 
frasi: lavoro di (fiovinez::<(, maturità (Icf/n anni (4). 

Si domanda perchè il De Sanctis « non colse 
l'occasione del suo lam(Mito contro il [positi- 
vismo critico appunto dal Carducci ? » Prima 
di tutto, il lamento non è mai esistito, cf y>o^'y* 
cause, in secondo luogo, i)oteva il De Sanctis, 
in un artic(do scritio nel 1801) (veggasi la X, 
Antologia di ([Ueir anno) rispondere alle osser- 
vazioni del Sauffio (V un testo e commento nuo- 









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— 151 — 

va, elle il Carducci pubblico soltanto nel ISTfi?... 
Qui è opportuno ricordare che il Carducci ri- 
conobbe aver il critico napoletan.o « detto di 
molte belle e bu(me cose su le canzoni Italia 
mia e Spirto f/entil», e giudicò lui De Sanctis, 
il Fracassetti e il Mézières « i migliori ivo 
che negli ultimi anni abbiano lavorato int(U'm) 
la vita e le opere del Petrarca » (5). 

Pareccliie altre cose bisogna ricordare, o, me- 
glio, pareccliie altre date. Quando il De Sanctis 
si occupò dello Zumbini (1809, ripeto) il Eajna 
non aveva pubblicato ancora weì Propugnatore 
di Bologna gli studi su la Materia del Jlor- 
f/antc, su la JRotta di Soncisvalle, sul liinaldo 
di Ilontalhano, con i quali cominciò la bella 
serie di ricerche su la letteratura cavalleresca, 
per cui si meritò tanta stima in Italia e in 
Europa. Xon so che facesse in quel torno Fot- 
timo E. Monaci; so, per altro, che stampò la 
monografia su gli Uffi-i drammatici dei disci- 
plinati deir Umhri((—\\ jnimo o uno dei pri- 
mi importantissimi lavori suoi — nel ISTI, e 
proprio nel primo volume della Pivista di jìlo- 
lof/ia roman::a da lui fondata. Il D^Ovidio andò 
*^ ^*^Py^^ professore di lingue neo-latine nel 
ISTo. 11 Bartoli non aveva, o aveva pur allora 
mandato in ti])ografia i ])rimi fogli dei Due 
primi secoli della Petteratunf lt((H(in((, Le mag- 
giori opere del D'Ancona— p. e. le Orifjini ifel 
Teatro, la Poesia popolare — erano ancora di 
là da venire. ì\ Carducci proba])ilmente non 
ixnsava ancora al commento sul Petrarca; delle 
più importanti opere critiche sue, erano a stam- 



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— 152 — 

pa il JPoIhiaìio e le prefazioni ad nlcniii vo- 
lumetti della biblioteca Diamante dei l>arbèra: 
non gli Studi letterari, comparsi tra il 1879 
e il 1873, non lo studio su le poesie latine 
deir Ariosto, scritto nelF occasione del cente- 
nario del poeta, non ìv Cantitene e tjattide 
(1871). Il Comparetti non aveva compiute le 
ricerche, da cui uscì il mirabile libro Vlrf/itio 
nel Jledio Uva (1872); nò, col D'Ancona, co- 
minciata r edizione delle Antiehe rime vot(fari^ 
Taccio delFAscoli, che qui non ha che farci. 

Sarebbe stato, dunque, lecito al De Sanctis, 
nel 1869, vedere, secondo ratfermazione senza 
fondamento del critico delia I)omenie((, il tipo 
de'' novissimi critiei nello Zumbini — tanto ])iù 
che questi trattava di critica letteraiia in senso 
largo, non già della sola critica erudita, cui 
appartengono, unicamente o quasi unicamente, 
i lavori del D'Anccma, del Eajna, del Bartoli, 
del Monaci e il Folixiajw e le prefazioni del 
Carducci. 3Ia era, inoltre, necessario che, aven- 
do a scriAcre delle Le::ioni del Settembrini, il 
De Sanctis si occupasse di ciueUi soli, che le 
avevano giudicate, cioè parlasse solo dello Zum- 
bini e del Montefredinc, — e così fece. 

11 D.- Sanctis non aveva davvero bisocrno 



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dì 



aspettare V opuscolo dello Zumbini per av- 
vedersi dtilci rivoluzione critica avvenuta in 
Italia: in certo modo, le aveva prei)aratf> ouli 
il terreno, sia indirettamente con rinsegnamento 
e con gli scritti, sia direttamente esortando gli 
studiosi alle ricerche diligenti della critica sto- 
rica. Lo chiamano metafisico: pure, sin dal 1855, 



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1~ .1 
DO 

in Toriiu), ceusurava la critica tedesca, perchè 
m dommava la metafisica (6). Più tardi, a pro- 
posito de' Manoscritti palatini, ricordava airi- 
taha 1 obbligo di « trar fuori delle cave » 
quelle ricchezze, e lodava i Tedeschi, che si sep- 
pelliscono nelle Biblioteclie per studiar i nL 
iioscritti. E nel saggio sul Settembrini e i suoi 
critici hiiiva osservando: 

La nostra letteratura, se dee essere un serio lavoro 

tea l.nla il betteuibnm, e non può farla nessuno oa^-i 
Quando una storia della letteratura sarà possibfle * 
fnuZ questo lavoro paziente avrà portata li snaMce 
m tutte le sue parti : quando su ciascuna epoca , su 
ciascuno scrittore importante vi sarà tale monooTafia 
o studio o saggio, che dica 1' ultin.a parola e sdoKa 

s'eno c^cTf *""■•, ''' *'^" ^soprattutto elie presso noi 
s.eno COSI scarse le monografie e gli studi speciali sulle 
epoel.e e su gli scrittori. I nosfi concetti sono vastT 

nnoT.'v ' r''' '''''' ' 1^'" volentieri mettiam,^ 
mano a lavori di gran mole e da cui non possiamo 
uscire con onore, che a lavori ben circoscritH e ben 
proporzionati a' nostri studi. Cosi niente abbiamo an 
coia d' importante su nessuno dei nostri scrittori e 
abbiamo già molte storie della letteratura ecc. 

Le stesse cose ripetè cento volte dalla cat- 
tedra: cìie se, come ironicamente osservò il 
-U Uvidio, alcuni giovani napoletani minaccia- 
rono per anni « non so che saggi sulla Lucia 
o siili Lrmengarda del Manzoni o sugli occhi 
di licamce», e guardarono con disdegnosa 
comiurssione i volumi laboriosi e dotti con cui 
SI gettavano le basi della nuova storia lette- 
rana, la colpa non fu del De Sanctis. È sua 

11 



— 154 — 

r osservazione: «TI maestro p:nla savio; ma i 
(li>('("}M)li inni teiìuniin a mente «li tiilh» il pe- 
ri* mìo cìiu il verbo prineipale, Il uml (('uidrc ». 

J.e stesse cose disse eoiì maggior vivnrìtn ìl 
Carducci nei I>o.::.zeffi critici; ma, eerto. 1« stu- 
pciicu pagine dello scritto Critica ed Arte w^a 
tolgono il merito — se non altro, il merito della 
priorità — ni consigli e alle esortazioni di Fran- 
cesco De Sanctis. 

A qnest' ultimo lo scrittore dtiia J)<)ineìiica 
rimprovera di essere un metafisico, mi liege- 
liano. Ohi conosce la vita del De KSanctis, non 
ignora clie questi, alcuni anni prima del 1848, 
spiegava ai giovani della sua scuola 1' estetica 
di Hegel (7); ma non ignora, del pari, che 
presto si schierò tra gli avversari del filosofo 
tedesco. Chi poi ha letto le opere di lui, non 
deve ignorare che molte e molte volte, — come 

ili 

fisica. i*cr esempi 

del Prati. 

Sento iiiornioniro iiitonio a me con aria di spa- 
vento: — La nuova «generazione è materialista. — E di 
che vi maravi<i>liate o vi spaventate ì 11 materialismo 
è uscito trionfante dal seno stesso del mondo ]ie.i>elia- 
no ridotto in frammenti. E che cosa è il materialismo, 
non il materialismo abbietto e volgare , ma nel suo 
senso più elevato! È il mondo che si riconcilia con 
la vita, e ne prende possesso e pone ivi i suoi ideali, 
e gittandovisi entro partecipa le sue gioie e le sue 
amarezze, fatto di contemplatore scettico e inquieto , 
sereno attore e soldato. Fausto non domanda più : — 
Cosa è la vita ì — ma V ama , la gode. Consalvo non 
dice più 

Due cose belle ha il mondo : Amore e morte, 



ili luogo già ricordato — c(nnbatte la meta- 

n Uri saggio ^\\\V Armando 



I 



I, 



— lòb — 

ma dice : — Una cosa bella ha il mondo : V amore ; e 
non timido amante , in luogo di gemere e sospirare 
conquista e possiede Elvira. Questa riabilitazione della 
materia, vale a dire del lavoro e delP azione, questo 
inno itila salute, alla forza, alhi gioveutù , questa se- 
rietà della vita terrestre , sì che in luogo di fantasti- 
care su di essa, T uomo lavori ad assimilarsi la natura 
e farla sua, questo risensarsi delle stirpi^ che, riacqui- 
stata la coscienza di se, piene di ambizione e di avve- 
nire , si preparano ad adempiere seriamente la loro 
missione su questa terra con giovanile baldanza, que- 
sto è la Musa nuova, che sperde da sé quel mondo 
fosco e vaporoso di spettri, di visioni , di simboli , di 
contemplazioni. 

Son parole di metafisico queste? E sono 
parole di hegeliano queste altre, del saggio i^^e 
critica del Petrarca ? 

LMdeale , come il purismo, fu una grande arme di 
guerra, che ci ha resi grandi servigi, e che oggi è ir- 
rugginita, non taglia più. Ci è tutto un vocabolario , 
le cui parole fticevano già tremare i nostri cuori , e 
che oggi non hanno senso, e giungono fredde in mezzo 
ad una genei azione indifferente. Xoi ce la prendiamo 
con la generazione, e dovremmo prendercela col voca- 
bolario e pensare a mutarlo. La reazione oggi si fa idea- 
lista, coiue un tempo si fece purista, e ruba il nostro 
vocabolario e usurpa le nostre spoglie , vuote Si)()glie, 
sotto le quali non c'è più Achille.^A^af^rm ahhorret a 
vacuo. Lasciamo il vuoto ai cadaveri , e noi , che ci 
chiamiamo la vita, cerchiamo il possesso e il godimento 
della vita. 

È un quarto di secolo die in Germania e in Fran- 
cia nessuno parla più d' ideale, o chi ne parla è tenuto 
in conto di arcade, di retore, di dottrinario, nome dato 
a gente a cui nella superbia delle dottrine manca il 
senso del pratico e del reale. 

Cosa resta a fare! Capovolgere la base dello sci- 
bile, dov^è scritto idea, metterci il reale ecc. 



m 



— 156 — 

Ne il iJc ^aiictiis tsi contentò di farsi cam- 
pione del realismo per incidenza; ne trattò di 
proposito. Oonsultiiisi, infattibile' Xuor'i sacjfji 
critici, IJ ideale di Zola, Il realismo di Zola', Il 
2)rincipio del Realismo. Jienc inteso che, per 
Ini, come per tntti gì' ingegni veramente colti 
e sensati, il realismo non è ciò, clie intende o 
crede intendere la moltitudine. 

Mente altissima, scevra di prevenzioni e di 
pregiudizi, il De Sanctis talora ha preceduto 
i suoi tempi; ma nessuno ha il diritto di rim- 
proverargli d' esser mai rimasto indietro. Pu- 
rista da giovinetto, anzi discepolo amatissimo 
del Puoti, fu il primo, in Xap(di, vivo ancora 
il marchese, a proclamare la tine del purismo. 
Durava ancora il romanticismo, in Italia, quan- 
do egli scrisse, tra V altro, il saggio sul Tri- 
houlet e confutò i giudizii del Gervinus su Al- 
tieri e Foscolo. Coininciò rinsegnamento com- 
mentando Hegel: lo ri})rese a Xapcdi, do])o 
venticinque anni, col discorso La Scienza e la 
Vita, dove era tanta parte di (|uelle dottrine, 
che poi divennero popolari. Cominciò ii scri- 
ver di critica col saggio su la poesia Alla mia 
donna di Giacomo Leopardi; — in (juesto mo- 
mento s'occupa ancora del Leo})ardi, con tut- 
t' altro metodo e ben altri criteri. Egli stesso 
dice che la .suii ciitica è passata por tre fasi 
diverse. Negli uliiiìii lavori — <inelli sul Man- 
zoni e sul Lcoì»ar(li , ikmi iiiteraniente piil)- 
lùuati, — 1' accuratezza , con cui è seguito a 
passo n passo , nella vita e nelle opere , lo 
svolgimento del carattere e delle facoltà poe- 



— 157 — 
tiche dello scrittore , il largo posto fatto allo 
studio dell' ambiente , del momento storico , 
dell educazione e degli altri fattori esterni — 
mostrano clic egli il metodo positivo, o stòri- 
co saprebbe , volendo , maneggiarlo al pari 
dell analisi puramente estetica (8). 

Codesta analisi estetica s'immaginano alcuni 
sia nemica mortale della critica storica: invece 
(oramai non dovrebbe esservi più bisogno di 
aTvertirlo) la compie. Il dcsulemtum dt^la cri- 
tica, in Italia, ò, oggi, 1' accordo delle scuole, 
bi fusione (passi la metafora) dei due indirizzi 
rraiicesco D'Ovidio ha, su questo argomento! 
mia bella pagina: non i)osso trascriverla, ma 
fo beilo a ricordarla. Il Carducci, dal canto 
suo insegna che il critico dove esercitare su i 
tatti letterari tanto l'osservazione storica, quan- 
to 1 estetica (9). Il Carducci e lo Zumbini 
paiono a molti, e sono a parer mio, i meno 
incompiuti critici italiani della generazione 
posterione a quella del De Sanctis, perchè al- 
1 esame largo e accurato de' fatti congiuugono 
il sentimento estetico e l' attitudine a comu- 
nicarlo altrui. Però nessuno, sinora, ha supe- 
rato Il De Sanctis nel dare (direbbe il D'Ovi- 
dio) «ragione piena delle impressioni che l'o- 
pera d arte suscita negli animi nostri ». Perciò 
a lui s'inchina, come a maestro, lo Zumbini-— 
perciò il Bartoli lo cita non raramente (ìiei 
duo ultimi suoi volumi lo chiama il mh o-e- 
nialc de' critici italiani, giudica profomìo ^lo 
studio su la Francesca di Danto, ripete le os- 
servazioni di lui intorno alla Laura del Po- 



Bge: 



^^*. 



— 158 — 

fr.irca ecc.): — perciò lo cif;! il D'Ancona quando 
vuole clic i lettori dell;! ìita Xì(ov(( si rendali 
coiuu delle bciÌL/zt del MaiLlio Tunto gentile 
e fdiìfn inusfa pare; perciò ìi^ rifa il r.-n-dncci, 
là dove tratta della seconda serie poetica della 
gioventù del Foscolo; perciò a lui attinge li 
Masi quando vuol determinare i meriti arti- 
stici di Carlo Goldoni. 

Da buon seguace della critica storica e del 
metodo positivo, che si fondano sul rispetto 
della verità di fatto, lo scrittore della Dome- 
nica vorrà riconoscere clie parecchi fatti ha 
dimenticati, parecchi altri trascurati, altri mn- 
lamente interj)retati. 

A maniera di conclusione, riporterò una 
frase di Giosuè Carducci. Ammirare un critico 
eminente non significa aver V obbligo o il com- 
pito di sostenere che i predecessori di lui « fu- 
rono un branco di brave persone sì, ma tut- 
t' altro che critici, tutt' altro che dotti, giudi- 
ziosi ed onesti (10) » . Fa maraviglia che di que- 
sto insegnamento non siasi curato V autore di 
un articolo, al quale le Conversazioni critiche 
deir illustre poeta hanno dato occasione. 



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:n^ O T E 

(1) 16 Dicembre 1883. [Q1lest^artieolo eoniparre poco dopo 
nella lìasseyna quotiaiana col titolo Per Francesco De Sanctis e fu 
poi compreso nel mio volarne di Saggi e Rmsegne; Livorno/viffo 

(2) Codino Terenzio Mamiani ? 

(3) D' Ovidio, Saggi critici, pp. 143 e 147. 

(4) Del resto, le osservazioni del D'Ancona e del Bartoli han 
di nio to rinvigorita P antica opinione che lo Spirto gentil fosse 
Cola. La canzone, se composta nel 1347, pnò ben dirsi lavoro della 
maturità de-li anni. Ma, e poi, è vero o no, che la canzone Spirto 
gentil è più fredda, meno ben condotta delP altra ? Il De Sa ctis 
la giudicò: « scritta con molta pretensione ». « Ci si vede iiriu- 
d arte, troppa arte. C' è un disegno preconcepito, una logica di- 
Ptribnzione delle parti, scelta accurata d' immagini e di frasi, molto 
artilicio di verso, nelP insieme un aspetto di pompa e di maestà 
Ma non ci senti per entro il solìio delle passioni ecc. » È vero ò 
no ? Sfido a provare di no. Con ciò voglio soltanto osservare che 
può li De Sanctis non curarsi abbastanza delle date , ma il suo 
giudizio non fallisce per questo. 

(5) Saggio ecc. Livorno, Vigo 1876,- pp. 42 e 61. 

(6) Saggi critici, p. 415. 

^ (7) Ma è davvero cosa tanto meritevole di compassione ì' este- 
tica di Giorgio Hegel ? 

lì De Sanctis ne ritenne, ne rinfrescò e rinnovò la parte vitale 
Sentiamo un hegeliano , Angiolo Camillo De Meis : « Quella sua 
nuova maniera non era più un criticare secondo certi principii 
nu' opera d'arte. Era il più spesso un ricreare con coscienza di 
critico il capolavoro, che V artista aveva più o meno inconsape- 
volmente prodotto; e data la situazione e le sue leggi intrinseche 
e necess.jric, tener dietro al poeta e avvertire la verità e la spòu- 
tanea bellezza, e sì V imperfetto, e il cercato e falso della rap- 
presentazione. Il che prima del De Sanctis nessun critico, si può 
ben dire, aveva fatto ancora ». V. In memoria di F De Sanctia- 
Napoli, Morano, 1884, p. 117. Anche lo Zumbini (ivi, p. 78) notò 
che esempi altrettanto insigni di universalità e di comprcnsività 
non ^ìetteTo ne il Lessing , né il Sainte-Beuve , uè il Macaulay. 
Jnhne il Villari disse e scrisse (ivi, p. 132) che il De Sanctis 
non ripetè e riprodusse le idee di G. Hegel, ma con esse fecondò 
Il suo spinto e V originalità del suo pensiero. 

(8) Scrivevo il 22 dicembre 1883. Sette giorni dopo, il De Sanctis 
era morto I 

(9) Bozzetti critici, p. 373. 

(10) Conversazioni ci'itiche, p. 155. 



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Giosuè Carducci pag. 9 

L' ode Alle fonti del Clitunino » 51 

Garibaldi e Dante nella poesia di G. Carducci . » 77 
Conservazione e innovazione nelP opera di Giosuè 

Carducci » jqj 

Il Carducci e il De Sanctis » 145 



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